Dall’utopia all’impresa

“La Fraternelle” di Saint-Claude, nella Franche-Comté che diede i natali ai Fourier e ai Proudhon, continua a proporsi come uno dei luoghi fertili della riflessione culturale sugli archetipi della cooperazione operaia.

La regione montuosa del Jura era primariamente nota per le fruitières agricole che sfornano tuttora comté, la prima forma cooperativa storicamente conosciuta di trasformazione dei prodotti agricoli. Di fronte ai primissimi vagiti della globalizzazione industriale – la realizzazione in proprio di pipe e la lavorazione dei diamanti per conto del distretto fiammingo di Amsterdam e Anversa – la classe operaia in formazione di Saint-Claude decise di dare vita ad un’esperienza originale di cooperativismo integrale, alla lettera “comunalista”, che il cooperatore cristiano sociale Charles Gide volle chiamare «scuola cooperativa comunista di Saint-Claude».

Gide, sia detto per inciso, fu colui che – da seguace di Rochdale, molto freddo nei confronti del cooperativismo socialista – proiettò sulla ribalta internazionale l’esperienza della ferrovia cooperativa Reggio-Ciano. E mentre viaggiavo verso Saint-Claude, insieme ad alcuni cooperatori e amici della Cooperativa Case Popolari di Mancasale e Coviolo, mi sono ricordato di una frase a suo tempo scolpita da questo gran divulgatore dell’idea cooperativa: «E’ dalla porta stretta dell’utopia che si entra nella realtà costruttiva».
Si tratta di un’immagine fortemente suggestiva, a cominciare dal ribaltamento funzionale che propone rispetto ai nostri codici abituali. L’utopia, altrimenti oggi percepita come il libero spazio del pensabile e del desiderabile, è la “porta stretta”; mentre l’autentico interprete del possibile diventa l’impresa cooperativa.

Attorno a questo rovesciamento tra i valori e le pratiche si è concentrato l’intervento di Jacques Pradès, trattando del gruppo basco Mondragon. Premesso che si tratta di un’esperienza sotto il fuoco dei riflettori internazionali, cui varrebbe la fatica di dedicare un apposito seminario, vale richiamare l’idea-forza richiamata dall’economista francese: ciò che tiene insieme Mondragon sarebbe il combinato disposto tra il mutualismo economico e il federalismo politico.

Ma se il valore-guida (la “porta stretta”) cui si abbevera il progetto economico cooperativo è la non usurpazione della ricchezza collettiva, come riprodurre nello spazio-tempo del globalismo tale condizione di salvaguardia “integrale”? Entrando per l’appunto nella “realtà costruttiva”.
Negli anni ’70 e ’80, gli stessi dove maturarono a questa latitudine le grandi fusioni cooperative, furono per Mondragon quelli della “moltiplicazione dei pani”, ovvero di una moltiplicazione nei prodotti e nei servizi corrisposti.
Tale riarticolazione, mentre complicava il sistema ne rafforzava la medesima matrice generativa. Si è passati, in altri termini, dalla comunità al distretto. Ma il distretto, si badi bene, prima che esistere come network economico risponde qui alla valenza primaria di una visione politica imperniata sulla inalienabilità del mondo “locale”.

Ed è sull’ordine gerarchico da attribuirsi a tale décalage, tra mondo globale e mondo locale, che si sono intrecciate e anche paradossalmente rimescolate due concezioni del mondo all’interno del seminario.
L’una, propria di chi fa impresa cooperativa, si trova oggi impegnata nella difesa puntuale delle condizioni “integrali” di riproduzione di una specifica e originale economia morale.
L’altra, propria dei sostenitori dell’economia sociale, si preoccupa altrimenti di dimostrare come una nuova “primavera” solidale (“Le Printemps du Bonzaïs” è il titolo del docu-film proiettato nella serata di ouverture del seminario) sia doverosa e possibile ad ogni latitudine, senza reale soluzione di continuità, né distinzioni di scala.

Antonio Canovi

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