Luglio 1960. Stylish kids in the riot

Sono passati esattamente cinquant’anni dalla rivolta dei ragazzi in maglietta a strisce scesi in piazza a Genova per impedire un congresso di neofascisti […] La determinazione dei manifestanti fece fallire quel tentativo di sdoganare, per la prima volta dal dopoguerra, gli eredi del Ventennio. Quel convegno fu infatti annullato.

Nell’estate del 1960 ci fu un terremoto, di quelli imprevisti, violento e allo stesso tempo liberatorio. In prima fila negli scontri di piazza, da Genova a Catania, da Reggio Emilia a Palermo, da Roma a Bologna, c’erano giovani sui vent’anni, operai, figli di operai che pagarono cara la loro voglia di farsi sentire. La pagarono con il sangue.
In undici rimasero sull’asfalto, crivellati dalle sventagliate dei mitra e dai colpi di pistola. Altre centinaia finirono in ospedale o sul banco degli imputati come pericolosi sovversivi e condannati a scontare anni di carcere. Sapevano di rischiare grosso, eppure scesero in piazza convinti che andasse fatto, che quello era il loro dovere, l’unico modo per dire no al ripetersi della storia.

Per questo motivo i ragazzi con le magliette a strisce rimasero impresse nel mio cervello appena ne venni a conoscenza.
Sentii parlare di loro, per la prima volta in vita mia, quando indossavo con orgoglio la mia nera corazza punk. Fu il libraio Primo Moroni che mi spiegò bene cosa accadde il 30 giugno 1960 a Genova: «Andammo sulle barricate a fare a cazzotti con celerini e carabinieri che difendevano i fascisti. Eravamo tutti giovani, generosi e intransigenti, portavamo i jeans, avevamo il mito dell’America e siccome i soldi in tasca erano pochi ci vestimmo con delle magliette comprate per trecento lire nei grandi magazzini. Non ci interessava una vita passata solo lavorando, preferivano guadagnare meno ma avere più tempo libero, però quando ci fu da protestare non ci tirammo certo indietro».

Era uno dei suoi strepitosi racconti orali che per noi, ventenni di allora, rappresentava una specie di rappresentazione cinematografica a dir poco epica, con i moti dei movimenti operai come protagonisti.
C’era stato anche lui a Genova quando aveva 24 anni e partecipò agli scontri in prima fila dopo aver “mal interpretato” una telefonata del responsabile del servizio d’ordine di una sezione della Fgci milanese alla quale era iscritto.
Inutile dire che per noi punk, che consideravamo i nostri vestiti come uno dei pochi strumenti per esprimere rabbia e ribellione, quelle magliette a strisce furono una precisa indicazione sui nostri futuri doveri. D’altronde, come tentò sempre di sottolinearci Primo, non avevamo inventato proprio niente.
Già il grande poster incorniciato che il libraio teneva alla sue spalle ci consigliava di guardare un po’ oltre la nostra divisa. Era infatti una foto d’epoca che ritraeva la Banda Bonnot, anarchici francesi nonché rapinatori di banca che vestivano in nero come noi, che vivevano in una comune ed erano vegetariani come noi (ai quei tempi noi punk stavamo tutti al Virus di via Correggio).
A Milano poi c’erano stati i giubbotti di pelle della Volante Rossa, i capelloni beat che inneggiavano al libero amore, gli studenti con l’eskimo e infine i trench bianchi della famosa Banda Bellini
Le magliette a strisce orizzontali bianche e blu o bianche e rosse furono un segno distintivo che riunì i giovani contro il ritorno del fascismo, in una lotta fino all’ultimo sangue come quello dei morti di Reggio Emilia (7 luglio 1960), immortalati nella celebre canzone di Fausto Amodei.

Cosa portò alcuni ragazzi a scegliere un indumento come simbolo di una rivolta contro l’autorità costituita? Cosa li mosse?
Non erano bandiere rosse quelle che sventolavano, erano semplici magliette comprate al discount. Ma soprattutto: perché dopo il 1960 non ci fu più niente di così dirompente nel rapporto tra i simboli della rivolta e l’impegno politico?
Dopo tanti anni si potrebbe anche affermare che noi non siamo stati capaci di tramandare l’importanza dell’adottare nuovi simboli in grado di rappresentare un’opposizione intransigente alle attuali derive totalitarie. Resta il fatto che i ragazzi con le magliette a strisce non furono mai così irrimediabilmente ostacolati dai loro rappresentanti istituzionali come invece capitò alla mia generazione.
Per farvi un esempio vi vorrei riportare le parole che l’allora deputato del Psi Sandro Pertini, pronunciò a Genova il 28 giugno 1960. Sarà ricordato come “u brighettu”, il fiammifero, a significare che accese la fiamma della sollevazione popolare.
Sandro Pertini arrivò attraversò Piazza della Vittoria a Genova strinse la mano ai vecchi compagni partigiani e salì sul palco accolto dall’ovazione di trentamila antifascisti: «Le autorità romane sono impegnate a trovare quelli che ritengono i sobillatori, gli iniziatori, i capi di queste manifestazione di antifascismo»,  gridò con tutto il fiato che aveva in gola. «Non c’è bisogno che s’affannino. Lo dirò io chi sono i nostri sobillatori. Eccoli qui: sono i fucilati del Turchino, della Benedicta, dell’Olivetta e di Cravasco, sono i torturati della Casa dello studente, che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime e delle risate sadiche dei torturatori».
Gli applausi lo interruppero per diversi minuti.

Poi Pertinì continuò: «Io nego che i missini abbiano il diritto di tenere a Genova il loro congresso. Ogni iniziativa. ogni atto, ogni manifestazione di quel movimento è una chiara esaltazione del fascismo. Si tratta, del resto, di un congresso qui convocato, non per discutere ma per provocare e contrapporre un passato vergognoso ai valori politici e morali della Resistenza».
Pertini chiese a tutti di scendere in piazza per tutelare la libertà conquistata con il sacrificio di migliaia di innocenti. «Oggi i fascisti la fanno da padroni, sono di nuovo al governo, giungono addirittura a qualificare come un delitto l’esecuzione di Mussolini. Ebbene, io mi vanto di aver ordinato la fucilazione di Mussolini, perché io e gli altri membri del Cln non abbiamo fatto altro che firmare una condanna a morte, pronunciata dal popolo italiano vent’anni prima».

Pertini comunque non fu il solo a stare a fianco dei ragazzi in rivolta, lo dimostra il fatto che al processo sui fatti di Genova e quelli siciliani o di Reggio Emilia, gli imputati per gli scontri furono difesi dai migliori avvocati dell’apparato del Pci, tra cui Umberto Terracini che aveva redatto la Costituzione e il capo partigiano Giovanbattista Lazagna. Inoltre i vertici del partito togliattiano cominciarono una seria autocritica interna per capire lo scollamento tra il movimento spontaneo e la strategia del Pci. “Non bisogna perdere il contatto con le masse entrate in lotta”, dicevano.

Le testimonianze che dimostrano tutta la lacerazione di quel dibattito sono riportate da molti libri. Il primo è uscito da qualche settimana e s’intitola “Al tempo di Tambroni”, di Annibale Paloscia (Mursia). Poi c’è lo stupendo romanzo del 2008, “L’estate delle magliette a strisce”, di Diego Colombo (Sedizioni) e infine un capitolo del breviario di racconti orali di Cesare Bermani, “Il nemico interno” (Odradek), dove potete trovare le ragioni della telefonata mal interpretata da Primo Moroni.

Vedere i dirigenti del Pci barcamenarsi tra i teddy boys e le magliette a strisce presumibilmente usate da personaggi trasgressivi come Picasso e Brigitte Bardot, fa oggi morire dal ridere.
Emilio Sereni s’interrogava sulla “gioventù sotto una direzione che non è la nostra”. E in effetti le iscrizioni alla Fgci erano in calo mostruoso (365mila nel 1956, 229mila nel 1960). C’era chi accusava i giovani di aver subito una “deteriore influenza dal clericalismo e dall’americanismo” e chi invece sosteneva il dialogo, certamente non fu facile per tutti loro controbattere alle tesi dello scrittore Carlo Levi apparse sul settimanale Abc: “Spingere con la forza e non tacere. Dovete usare la vostra forza per sovvertire, protestare. Fatelo voi che siete giovani”, diceva Levi. Quindi, rivolto ai dirigenti del Pci, notava: “Questi fatti impongono a tutti un esame approfondito, e l’elaborazione, o la modificazione di programmi e di metodi: lo studio preciso di fini concreti, nati dalla coscienza popolare. La fiducia, rinata attraverso l’azione, è un bene prezioso che non può essere deluso e dissipato”.

Su quelle magliette a strisce, e in senso più ampio sulla passione per i modelli trasgressivi dell’american way of life trasmessi dai film come “The Wild one” o con le scosse del rock ‘n’ roll, nessuno dei dirigenti comunisti o socialisti riuscì mai a capirci qualcosa. Eppure non erano in pochi quelli che avevano compreso quanto quei modelli erano sedimentati tra i giovani e quanti immaginari di società diverse e vissuti generazionali affascinanti avessero sprigionato.

Negli ultimi cinquant’anni i partiti che avrebbero dovuto rappresentare i diritti dei lavoratori e delle fasce più deboli della società si sono trasferiti piano piano dall’altra parte della barricata, ormai è palese. Durante gli anni Settanta furono impegnati a spegnere ogni fuoco possibile che nasceva spontaneo tra le masse diseredate, ripiegando sulla criminalizzazione dei sobillatori, come a dire che se non ci fossero gli estremisti di sinistra, il mondo sarebbe perfetto.
Poi, dopo essersi battuti soprattutto per dimostrare di essere all’altezza della modernità, di essere persone raffinate e di buone maniere e amici del business globale, hanno raggiunto l’apice nel dopo-G8 del 2001 (ancora una volta a Genova), con la deleteria questione della nonviolenza.
E lì è crollata la maschera.

È vero che da parte nostra, e intendo ragionare sui quei pochi punk e autonomi che restarono a galla durante gli anni del riflusso, non ci fu la capacità di smontare i meccanismi di cancrena sociale che si svilupparono attorno alle nostre roccaforti liberate.
Forse non capimmo bene ciò che si nascondeva dietro la gelateria dei gusti colorati e degli stili di vita che stava prendendo piede nelle nuove generazioni. Non capimmo neanche la danza degli spettri dei rave nel limbo fluorescente di una bolla destinata prima o poi a scoppiare, senz’altro fummo travolti dal bling bling degli anni Duemila con il luccicare delle fibbie dolcegabbana a simboleggiare la resa definitiva del nostro futuro.
Non sta a me provare a fare analisi, sono solo un grande appassionato delle magliette a strisce e di tutte le creature simili che si sono susseguite nel corso del tempo. Però di una cosa sono sicuro: noi fummo contrastati in primo luogo da ciò che rimaneva dell’apparato dell’ex Pci teso nella sempre più spasmodica ricerca di un paese normale…

Purtroppo oggi l’orologio della storia è ritornato brutalmente indietro
e i fascisti non solo sono stati ampiamente sdoganati, ma hanno addirittura riconquistato il potere e l’egemonia culturale. Ora che l’insolente corruzione dei politicanti e la tracotanza padronale hanno dilagato, sono ancora pochi coloro disposti a non naufragare di fronte alla paura nei confronti della passione per la libertà e l’uguaglianza.
E noi continuiamo a essere orfani di quelle magliette strisce, che oltre a difendere i diritti già acquisiti, riuscirono a rilanciare sul futuro per conquistarne nuovi.

“Per sua stessa natura la giovinezza è stata da sempre incaricata di rappresentare il futuro: la perenne caratterizzazione mediatica dell’adolescente come genio o mostro continua a veicolare le speranze e le paure degli adulti su quanto accadrà in futuro. Ignorare chi spicca come precursore a favore di chi resta fedele allo status quo significa rifiutare l’impegno preso con il futuro, se non addirittura equivocare la natura stessa della giovinezza. Io vado fiero del mio romanticismo in materia, quanto meno perché spero in un mondo migliore”.

(Jon Savage – “L’invenzione dei giovani”)

Marco Philopat

L’articolo è originariamente apparso il 29 giugno 2010 sul sito Web Carmilla on line con il titolo “La strada bruciata delle magliette a strisce” ed è stato dedicato dall’autore a Valerio Marchi, “storico, skinhead, ultrà della Roma, studioso del conflitto e fratello dei ragazzi di strada”.

Note a margine – Appunti per un film sul 7 luglio
di Nico Guidetti

“Note a margine – Appunti per un film sul 7 luglio” sul canale Vimeo di Kinodoc

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1 commento a Luglio 1960. Stylish kids in the riot

  • Daniele Castagnetti

    Una piccola rivoluzione italiana. È troppo chiamare così il luglio 1960?
    Ma un fatto, se non rivoluzionario, sicuramente inedito nella storia repubblicana ci fu: l’irruzione dei giovani sulla scena politica. Giovani che nessuno conosceva, meno che meno i sociologi. Per loro, la nuova generazione era caratterizzata dalle tre M: Macchina, Moglie e Mestiere. Una generazione in realtà sconosciuta.

    Racconta Vittorio Foa, allora nella direzione della Cgil, della discussione che si svolse nel congresso milanese del suo sindacato nell’aprile 1960: «Avevo espresso seri dubbi che la linea della motorizzazione e di certe produzioni di beni durevoli fosse una linea giusta di sviluppo economico. Chiedevo quindi una diversa scelta di valori per i consumi: la priorità spettava alla casa, alla scuola, alla salute… Chiedevo di ridurre l’orario di lavoro, ma sostenevo che non si doveva introdurre il sabato festivo, che avrebbe alimentato il consumo di automobili… Questa mia bella costruzione non fu bocciata solo dagli industriali meccanici o della gomma o delle costruzioni di autostrade: fu bocciata prima di tutto dai lavoratori. Essi volevano l’automobile e gli elettrodomestici, volevano attrezzare le loro case e dare un nuovo senso ai tempi della loro vita…».
    La partecipazione dei giovani agli scontri di piazza giunse totalmente inaspettata.

    E, ancora oggi, sono pochissime le riflessioni su quell’avvenimento. Tra queste, interessantissima è una ricerca di “storia orale” condotta da due studiosi di Reggio Emilia, Marco Mietto e Antonio Canovi, che sono andati a trovare i protagonisti di quel 7 luglio, in cui si verificò l’eccidio.
    Le testimonianze parlano di bambini diventati adolescenti sull’onda di una resistenza che tutti avevano visto con i propri occhi. E poi, per quasi dieci anni, dopo il 1945, scioperi, occupazioni, lotte, manifestazioni, comizi, scontri con la polizia li avevano coinvolti personalmente.
    Quel giorno, in piazza, c’erano ragazzi più giovani, che avevano circa vent’anni e che vivevano in campagna. Tre dei cinque uccisi appartenevano a questo gruppo. In città lavoravano perché a quel tempo “era facile, per un ragazzo trovare lavoro”, oppure venivano per divertirsi.
    I protagonisti di allora ricordano che c’erano dissapori tra giovani e vecchi. Gli ex partigiani denunciavano futilità, crisi di valori, materialismo, poca serietà e scarso spirito di lotta. I vecchi non sopportavano i blue jeans, che i giovani di campagna si facevano comprare dalle loro mamme. Il mito dell’America era fortissimo.

    Ma come spiegare le “magliette a strisce”, che secondo le cronache del tempo furono la divisa dei ragazzi contro la polizia del governo Tambroni?
    Raccontano quei ragazzi diventati adulti: «Le magliette a strisce sono la prima vera lavorazione manufatturiera italiana che immette sul mercato questi indumenti a pochissimo prezzo. Ci si poteva vestire con pochi soldi. Prima avevamo una camicia, che era quasi sempre di ben poca consistenza, perché era l’abito che ci lasciava il padre. Come eravamo considerati dagli ex partigiani? Eravamo considerati niente. Noi non eravamo politicizzati, ci piaceva andare a ballare e a divertirci… Ci dicevano teddy boys. Andare in piazza con le magliette a strisce voleva dire che eravamo lì, perché anche noi eravamo al mondo».

    Secondo lo storico Guido Crainz, quell’estate dei «giovani sconosciuti del miracolo mise in campo valori collettivi e bisogni individuali. Quelli politici collettivi furono probabilmente sopravvalutati. Sicuramente, però, il valore dell’antifascismo era un valore che funzionava, era fungibile per le aspettative giovanili.
    E le aspettative, in quegli anni, erano fantastiche. Si può ricordare che la Nasa dovette ammonire: non tutti potranno andare sulla Luna entro il Duemila!».
    Secondo un altro storico, Paul Ginsborg “la new economy di quel tempo sembrava una cosa che sarebbe durata un secolo.
    Nessuno, per esempio, allora pensava che l’economia fordista sarebbe stata soppiantata da un’economia di servizi. Tutti avevano un’idea lineare, fiduciosa, del progresso, un progresso che veniva celebrato. «Rispetto ad allora – dice ancora Ginsborg – credo sia cambiata proprio l’idea di progresso. Oggi c’è piuttosto l’idea di una crisi incombente e l’approccio al nuovo ha molte caratteristiche di paura».

    Secondo un altro studioso di storia italiana, Giovanni De Luna, la differenza dell’oggi con l’allora è che «allora esistevano alternative. Un governo poteva passare dalle opzioni del liberale Giovanni Malagodi a quelle del socialista Riccardo Lombardi. Il potere politico, visti gli eventi, si adeguò. La sinistra, bene o male, lo capì. Oggi assistiamo a un altro passaggio, del quale la sinistra non sembra in grado di intercettare i contenuti. Viviamo in un periodo di totale inconsapevolezza».

    Di quel luglio 1960, resta una canzone scritta da Fausto Amodei, “Morti di Reggio Emilia”, che oggi nessuno ricorda più, ma che per molti anni è stata una sorta di inno dell’antifascismo, di quell’antifascismo che diventò poi il collante di ogni nuovo governo, e della retorica di ogni nuovo governo, almeno sino alla fine degli anni Settanta.
    Ma di questo resta ben poco, sempre meno.

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