Luglio 1960. Stylish kids in the riot

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1 commento a Luglio 1960. Stylish kids in the riot

  • Daniele Castagnetti

    Una piccola rivoluzione italiana. È troppo chiamare così il luglio 1960?
    Ma un fatto, se non rivoluzionario, sicuramente inedito nella storia repubblicana ci fu: l’irruzione dei giovani sulla scena politica. Giovani che nessuno conosceva, meno che meno i sociologi. Per loro, la nuova generazione era caratterizzata dalle tre M: Macchina, Moglie e Mestiere. Una generazione in realtà sconosciuta.

    Racconta Vittorio Foa, allora nella direzione della Cgil, della discussione che si svolse nel congresso milanese del suo sindacato nell’aprile 1960: «Avevo espresso seri dubbi che la linea della motorizzazione e di certe produzioni di beni durevoli fosse una linea giusta di sviluppo economico. Chiedevo quindi una diversa scelta di valori per i consumi: la priorità spettava alla casa, alla scuola, alla salute… Chiedevo di ridurre l’orario di lavoro, ma sostenevo che non si doveva introdurre il sabato festivo, che avrebbe alimentato il consumo di automobili… Questa mia bella costruzione non fu bocciata solo dagli industriali meccanici o della gomma o delle costruzioni di autostrade: fu bocciata prima di tutto dai lavoratori. Essi volevano l’automobile e gli elettrodomestici, volevano attrezzare le loro case e dare un nuovo senso ai tempi della loro vita…».
    La partecipazione dei giovani agli scontri di piazza giunse totalmente inaspettata.

    E, ancora oggi, sono pochissime le riflessioni su quell’avvenimento. Tra queste, interessantissima è una ricerca di “storia orale” condotta da due studiosi di Reggio Emilia, Marco Mietto e Antonio Canovi, che sono andati a trovare i protagonisti di quel 7 luglio, in cui si verificò l’eccidio.
    Le testimonianze parlano di bambini diventati adolescenti sull’onda di una resistenza che tutti avevano visto con i propri occhi. E poi, per quasi dieci anni, dopo il 1945, scioperi, occupazioni, lotte, manifestazioni, comizi, scontri con la polizia li avevano coinvolti personalmente.
    Quel giorno, in piazza, c’erano ragazzi più giovani, che avevano circa vent’anni e che vivevano in campagna. Tre dei cinque uccisi appartenevano a questo gruppo. In città lavoravano perché a quel tempo “era facile, per un ragazzo trovare lavoro”, oppure venivano per divertirsi.
    I protagonisti di allora ricordano che c’erano dissapori tra giovani e vecchi. Gli ex partigiani denunciavano futilità, crisi di valori, materialismo, poca serietà e scarso spirito di lotta. I vecchi non sopportavano i blue jeans, che i giovani di campagna si facevano comprare dalle loro mamme. Il mito dell’America era fortissimo.

    Ma come spiegare le “magliette a strisce”, che secondo le cronache del tempo furono la divisa dei ragazzi contro la polizia del governo Tambroni?
    Raccontano quei ragazzi diventati adulti: «Le magliette a strisce sono la prima vera lavorazione manufatturiera italiana che immette sul mercato questi indumenti a pochissimo prezzo. Ci si poteva vestire con pochi soldi. Prima avevamo una camicia, che era quasi sempre di ben poca consistenza, perché era l’abito che ci lasciava il padre. Come eravamo considerati dagli ex partigiani? Eravamo considerati niente. Noi non eravamo politicizzati, ci piaceva andare a ballare e a divertirci… Ci dicevano teddy boys. Andare in piazza con le magliette a strisce voleva dire che eravamo lì, perché anche noi eravamo al mondo».

    Secondo lo storico Guido Crainz, quell’estate dei «giovani sconosciuti del miracolo mise in campo valori collettivi e bisogni individuali. Quelli politici collettivi furono probabilmente sopravvalutati. Sicuramente, però, il valore dell’antifascismo era un valore che funzionava, era fungibile per le aspettative giovanili.
    E le aspettative, in quegli anni, erano fantastiche. Si può ricordare che la Nasa dovette ammonire: non tutti potranno andare sulla Luna entro il Duemila!».
    Secondo un altro storico, Paul Ginsborg “la new economy di quel tempo sembrava una cosa che sarebbe durata un secolo.
    Nessuno, per esempio, allora pensava che l’economia fordista sarebbe stata soppiantata da un’economia di servizi. Tutti avevano un’idea lineare, fiduciosa, del progresso, un progresso che veniva celebrato. «Rispetto ad allora – dice ancora Ginsborg – credo sia cambiata proprio l’idea di progresso. Oggi c’è piuttosto l’idea di una crisi incombente e l’approccio al nuovo ha molte caratteristiche di paura».

    Secondo un altro studioso di storia italiana, Giovanni De Luna, la differenza dell’oggi con l’allora è che «allora esistevano alternative. Un governo poteva passare dalle opzioni del liberale Giovanni Malagodi a quelle del socialista Riccardo Lombardi. Il potere politico, visti gli eventi, si adeguò. La sinistra, bene o male, lo capì. Oggi assistiamo a un altro passaggio, del quale la sinistra non sembra in grado di intercettare i contenuti. Viviamo in un periodo di totale inconsapevolezza».

    Di quel luglio 1960, resta una canzone scritta da Fausto Amodei, “Morti di Reggio Emilia”, che oggi nessuno ricorda più, ma che per molti anni è stata una sorta di inno dell’antifascismo, di quell’antifascismo che diventò poi il collante di ogni nuovo governo, e della retorica di ogni nuovo governo, almeno sino alla fine degli anni Settanta.
    Ma di questo resta ben poco, sempre meno.

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