La città e il suo fiume, la pianura e le acque

Reggio Emilia, come la maggior parte delle città di antica fondazione, ha intrecciato il proprio percorso attraverso i secoli con quello del suo fiume, o meglio il suo torrente, com’è propriamente definito il Crostolo.

“Crostel”, dalla “crosta” di residui che le stagioni di secca lasciavano emergere dal suo letto, e che più del timore o del rispetto incutevano e incutono nell’animo dei concittadini che lo osservano qualcosa di simile a una forma di bonaria commiserazione. 

Silenzioso, con una faccia che non è esattamente il ritratto della salute (idrologica), scorre a fatica sotto il maestoso ponte di San Pellegrino, segno d’una grandezza che ha toccato per poco la città, quando le nostalgie parigine di una favorita del Duca lo spinsero a edificare una reggia poco fuori Rivalta. Costeggia la città, parallelo a viale Timavo, lambisce quel quadro ormai stinto di una Reggio dimenticata presso il Gattaglio e poi se ne va, in quel letto troppo grande per le sue deboli forze, giù, verso Bagnolo e in direzione del Grande Fiume di cui è uno dei tanti sottoposti.

Eppure, c’è stato un tempo in cui “al pover Crostel”, era ben più che un mite torrentello, tanto che dal suo letto di Corso Garibaldi, la città, dopo avere convissuto e aver goduto a lungo dei suoi servigi, lo ha allontanato; prima di un centinaio di metri, e poi di altre centinaia ancora, fino al suo letto attuale. Dimenticato e lasciato alla sua sorte, fuori dalla vita della comunità a cui ha contribuito a dare vita. Eppure, sarà che – come raccontava già Omero – le deità dei fiumi sono piuttosto vendicative, sarà che a volte l’uomo tende a trascurare la cura del proprio spazio idrogeologico, ma il Crostolo ha fatto sentire il suo malumore in più di un’occasione, fino a poche decine di anni fa.
Cade proprio questa notte, tra l’8 e il 9 giugno, l’anniversario dell’ultima grande piena del torrente, quella del 1973. Una notte che lasciò un profondo segno sulla provincia e sulla città, la quale perdette due vite, ebbe 273 sfollati e fu costretta a ripensare, dopo anni di trascuratezza, al proprio torrente, e con esso, al proprio rapporto con le acque, in tutto il territorio. Ma dove sono i segni di questa sciagura? Non ve n’è alcuno, o meglio, il segno è talmente evidente da avere preso il posto della realtà in questione. Ma prima veniamo ai fatti.

Senza rinvenire all’alluvione del 1276, già nel 1972 diversi nubifragi avevano causato danni e profondi disagi per la viabilità di numerosi comuni montani, ove l’Enza, il Secchia e il Tresinaro erano esondati o erano stati testimoni del crollo di diversi ponti nell’Appennino. Come affermava nel suo resoconto l’assessore Natale Bassoli, c’era il bisogno di un profondo rinnovamento nella gestione delle acque nella provincia, ove resistevano opere di contenimento e strutture ormai obsolete, le quali avevano dimostrato tutta la loro inadeguatezza nel far fronte all’intensità dei nubifragi.
L’anno seguente la storia si ripeté e questa volta è il Crostolo a rendersi protagonista. L’intensità delle piogge provoca un grosso aumento del flusso e del livello delle acque, evento non nuovo ai reggiani, che al più però erano soliti ritrovarsi qualche cantina allagata. Tuttavia, in quel giugno del 1973 le cose sarebbero andate diversamente. In via Monte Cisa, una piccola strada nata nel dopoguerra dall’evoluzione di un antico percorso per birocciai trasformato in via, e popolato ormai da centinaia di persone, le acque, in pochi minuti, uscirono dal proprio letto, colmando la zona golenale in cui erano sorte le recenti abitazioni e causando la morte di due anziani, Gina Germini e Adelmo Foroni. Quasi 300 gli sfollati, cui si sommarono danni per oltre due miliardi di lire e il lutto cittadino.
La risposta della città, del quartiere, della Provincia, del mondo della cooperazione, dei privati e persino dello Stato fu forte e tempestiva. In poco tempo si provvede alla sistemazione degli sfollati, si diede il via alla ricostruzione, rinforzando gli argini e provvedendo al riassetto idrogeologico della zona, oltre che del percorso a monte, ove anche oggi sono visibili, lungo la Statale 63, i segni delle modifiche e della ristrutturazione. Fu una tragedia che spinse l’intera città a stringersi attorno alle vittime, ma non solo: tutta la provincia fu in qualche modo coinvolta, perché fu chiaro che sebbene la tragedia avesse colpito un piccolo quartiere della città, tutto il territorio reggiano avrebbe dovuto ricostruire il rapporto con le proprie acque.

La tragedia si sarebbe potuta evitare? Probabilmente, con una maggiore attenzione all’assetto idrogeologico e una maggior cura del sistema di regolazione delle acque, sì. Soprattutto a valle. Qui, infatti, l’ondata aveva raccolto tronchi e altri detriti che poi, accumulandosi contro il ponte di San Pellegrino, avrebbero contribuito a ostruire il passaggio del flusso, scatenando e alimentando l’esondazione.
Ma c’è dell’altro. Il terreno su cui erano sorte la maggior parte delle abitazioni interessate dalla piena, si trovava in una zona golenale, ossia soggetta alle piene del fiume. Queste erano sorte in un terreno demaniale che il comune aveva affittato tra gli anni’50 e gli anni’60 a diversi nuovi cittadini provenienti dalla montagna e dalla Bassa; questo luogo dunque ospitava da alcuni decenni piccoli artigiani, ambulanti e altri cittadini, che avevano approfittato del basso costo dei lotti per erigervi le proprie abitazioni a due passi dal centro, dalla Crocetta e dal ponte.

Cosa accadde in seguito? In un mese venne ripulito tutto, lavorando notte e giorno, con grande volontà da parte di tutti gli abitanti del quartiere e l’aiuto degli operai del Comune. Quando tornò l’ordine venne voglia di riutilizzare l’area, una volta coperta di orti e vigne, portati dagli abitanti per ricreare in città l’aura di campagna in cui erano cresciuti. C’erano rane, bisce, rovi e pioppi quando l’acqua era ancora pulita: si decise di tornare a ripopolare quel terreno, e venne l’idea di allevare dei piccoli animali. Arrivarono così due pony, la somarina Renata e diverse caprette. Chiesero al Nonno CamilloCamél, per tutti gli abitanti del luogo – di occuparsi degli animali e il Parco delle Caprette prese vita.
Ci furono anche periodi bui, come quando il parco divenne meta dello spaccio e frequentato da combriccole poco raccomandabili, ma grazie alla “terapia del gnocco fritto”, che ogni domenica, da marzo a ottobre, viene fritto tra le casette del parco, e all’opera dei volontari del Ceis, il parco mantiene a tutt’oggi uno spazio centrale nella vita della città. Lungo i suoi sentieri e per i suoi ponticelli si arriva, correndo, se si vuole, fino alla villa di Rivalta, riformulando, in chiave contemporanea e popolare, l’antico disegno di Francesco III e fuggire all’ozio (oggi va di moda l’anglicismo stress) della vita di città.

Con questo “lieto fine” si è così conclusa l’epopea di via Monte Cisa. Da straduzza per birocciai e cacciatori di rane a parco, passando attraverso la nascita di un insediamento e una tragedia, poi cancellata. L’episodio del 1973? E’ rimasto nella memoria di pochi, e il Crostolo è tornato a sonnecchiare, con la sua crosta, ora a sporgere tra i suoi argini di cemento, stretti tra piste ciclopedonali e percorsi campestri.
In questo anniversario e alla vigilia di un che la vede protagonista, è bene che l’acqua torni al centro dell’attenzione. Può sembrare difficile da immaginare al giorno d’oggi, ma la nostra città, la nostra provincia, e l’intero territorio padano sono in un certo qual modo figli delle acque e del loro governo, tra bonifiche, argini e opere di canalizzazione. L’acqua fa parte della nostra identità e non è possibile prescindere da essa nell’elaborazione del nostro percorso geostorico di vita.

Daniele Valisena

L’articolo è originariamente apparso (con omonimo titolo) sul numero del 9 giugno 2011 della Gazzetta di Reggio, che ringraziamo (al pari dell’autore) per avercene concessa la ripubblicazione.

Consulta la mappa dei luoghi citati


Visualizza Via Monte Cisa – Reggio Emilia in una mappa di dimensioni maggiori

Altri post collegati:

Lascia un commento

 

 

 

Puoi usare questi tag Html

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>