Le farfalle della (cosiddetta) Area Nord

Quanto è riportato di seguito in corsivo l’abbiamo letto sulle pagine del blog Reggio Fahrenheit.

“La stazione mediopadana dovrebbe essere pronta fra un anno e sull’Area Nord in molti nel convegno Cna di ieri hanno mostrato di credere, con qualche differenza fra chi vede il progetto – ancora alquanto fumoso per la verità – come qualcosa di eminentemente reggiano e chi invece parla di “area vasta”; fra chi non esita a fare maxiappalti extra-moenia e chi, come la Cna, intende patrocinare le imprese locali; fra chi innalza anzitempo un monumento all’Università e chi l’aspetta al varco per chiedere indietro con gl’interessi ciò che in passato e nel presente è stato versato da Reggio per essa. Tutti però mi pare tendano ad idealizzare – a volte in maniera francamente eccessiva – l’Area Nord e la carissima “collegata” stazione mediopadana di Calatrava.
Da psicologo mi viene da ricordare che quanto più alta è l’idealizzazione tanto più profonda può essere la delusione qualora gli investimenti  si rivelassero improduttivi e le aspettative tradite”.

Ipse scripsit il blogger Dino Angelini.
A noi pare essere la prova della incapacità (prima che politica) culturale della sinistra ex-sessantottesca. E’ un vero peccato che intellettuali militanti di lungo corso professionale – ricordiamo che si tratta qui del blog che si pretende “antagonista” dentro Sel, la stessa che il 7 novembre scorso ha dato vita all’università laica con tanto di incontri filosofici molto raffinati – preferiscano giocare a “guardie e ladri” con le istituzioni, invece di fare un po’ di sano partigianato.
Anche perché l’identificazione tra Area Nord e Calatrava esprime una subalternità di fondo ai progetti delle “guardie”, in fondo commettendo la medesima distorsione di sguardo: come se si trattasse di un territorio vuoto di saperi e di relazione, dove tutto si può prefigurare.
Qui c’è proprio un difetto di narrazione, di più, una patologia narrativa. Una patologia ossessiva: la dittatura del “macroprogetto”.
Qui, prima che nei capitali “cattivi”, sta a nostro avviso il nodo.

Che vi siano gli interessi è certo. Che vi siano volontà speculative, pure.
Non crediamo che l’archistar andalusa abbia prima pensato, poi fatto realizzare (ad altri abili e giovani adepti), un progetto fumoso.
Pensiamo, invece, che dietro ai cospicui investimenti fatti (non solo da lui, s’intende) si nasconda la perversa volontà speculatoria: infatti il buon Santiago, non pago delle immense cifre già raccolte e ancora da ricevere, risulta aver fatto causa al suo stesso committente (il Comune di Reggio in particolare) per questioni del tutto “fumose” e temiamo, visto il gigante dispiegamento di mezzi da lui utilizzato, che ciò gli consentirà anche questa volta di arricchire ulteriormente il suo potere a-politico (vedasi l’articolo di Zygmunt Bauman su “la Repubblica” di oggi, che zelantemente riportiamo a fine post), nonché il suo gigantesco forziere zurighese.

Ma allora, che cosa aspettiamo a sostituire questo tipo di “interessi” con i “bisogni”? Questo è rivoluzionario: partire dai bisogni, agendo pratiche sociali e non delegando ai “tecnici” e alle cerchie decisionali “competenti”, altrimenti quelle sulla città delle “persone” sono solo fregnacce.
Pierre Bourdieu diceva che la gente “pensa”, proviamo finamente a non spaventarci per questa facoltà.

Si tratta di spostare radicalmente l’asse del nostro agire politico. Non il territorio, che come tale è sempre da ridisegnare con qualche “bomba” architettonica, ma la comunità, per rigenerare nelle reti (e non sopra) et cetera.
Sono i discorsi, per noi, di sempre. Crediamo che sia venuto il momento di agire questo come un discorso pubblico. Certe cose crediamo sia giunto il momento di dirle esplicitamente, di farlo tessendo relazioni in modo partecipato, cercando giustamente di incontrare tutti coloro che abbiano davvero voglia di trasformare “nel” mondo.

Cercando di interpretare ancora Bauman (cosa improbabile, lo sappiamo, ma pur sempre utile), crediamo che con i soli mezzi “locali” (talvolta miserrimi e non solo dal punto di vista dei bilanci) non ci si possa improvvisare vastamente efficaci.
Ma per poter trasformare di nuovo i progetti in poesia, racconto e narrazione, potremmo partire, per esempio, dall’essere meno “dogmatici” e più autonomi.
Potremmo partire pensando di più ai potenti effetti scaturiti dal volo delle farfalle…

Possiamo cambiare il mondo imitando le farfalle
di Zygmunt Bauman

In quale mondo vorrei vivere? In verità, non posso dire molto. Ciò perché, prima di tutto, in sessant’anni di impegno nella sociologia, non sono mai stato bravo a profetizzare. In secondo luogo, alla fine di una vita imperdonabilmente lunga, l’unica definizione di buona società che ho trovato dice che una buona società è tale se crede di non essere abbastanza buona. Pertanto, preferisco concentrarmi non tanto sul mondo nel quale vogliamo vivere, quanto sul mondo in cui dobbiamo vivere, semplicemente perché non abbiamo altri mondi nei quali scappare.
Mi riferisco a una citazione di Karl Marx, il quale affermava che le persone fanno la loro storia, ma non nelle condizioni da loro scelte. Ogni volta che la sento, mi ricordo anche una storiella irlandese che ci racconta di un guidatore il quale ferma la sua auto e chiede a un passante: «Mi scusi, signore, potrebbe cortesemente dirmi come posso arrivare a Dublino da qui?».
Il passante si ferma, si gratta la testa e dopo un po’ risponde: «Bene, caro signore, se dovessi andare a Dublino non partirei da qui».
Questo è il problema: sfortunatamente, noi stiamo iniziando da qui e non abbiamo nessun altro punto dal quale partire.

Intendo pertanto sottolineare come il mondo dal quale partiamo “diretti a Dublino”, qualsiasi cosa Dublino qui voglia dire, è pieno di sfide e di compiti urgenti, in sostanza improcrastinabili. Penso che se il XX secolo è stata l’epoca in cui le persone si chiedevano “cosa” bisogna fare, il XXI secolo sarà sempre di più l’era nella quale le persone si faranno la domanda su “chi” farà ciò che va fatto.
Esiste una discrepanza tra gli obiettivi e i mezzi a nostra disposizione. Mezzi che sono stati creati dai nostri antenati, che hanno dato vita allo Stato-nazione e lo hanno dotato e armato di molte istituzioni estremamente importanti, fatte su misura dello Stato-nazione.

Per quanto concerne lo Stato-nazione, esso era veramente l’apice dell’idea di autogoverno e sovranità, l’idea di essere a casa e così via. Soprattutto, lo Stato-nazione era un affidabile e impeccabile mezzo di azione collettiva, strumento per raggiungere gli obiettivi sociali collettivi. Questo veniva creduto al di là della differenza tra “destra” e “sinistra”. Lo Stato-nazione era in grado di implementare le idee vincenti.
Perché era così? Perché lo Stato-nazione veniva considerato, e in larga misura lo fu per abbastanza tempo nella storia, la fattoria del potere e della politica. Quello tra potere e politica è un matrimonio celebrato in cielo, nessun uomo può distruggerlo. Potere significa abilità nel fare le cose. Politica significa abilità nel dirigere quest’attività di fare le cose, indicando quali cose devono essere fatte.

Ora, ciò che sta accadendo oggi è l’indubbia separazione, una prospettiva di divorzio, tra potere e politica.
Potere che evapora nello cyberspazio e che si manifesta in ciò che chiamo “globalizzazione negativa”. Negativa nel senso che si applica a tutti gli aspetti della vita sociale che hanno una cosa in comune: si tratta dell’indebolimento, l’erosione, la non considerazione delle abitudini locali, delle necessità locali. La “globalizzazione negativa” abbraccia poteri come la finanza, il capitale, il commercio, l’informazione, la criminalità, il traffico di droga e d’armi, il terrorismo, eccetera.
Non è seguita dalla “globalizzazione positiva”. A livello globale, non abbiamo niente di lontanamente somigliante all’efficacia dello strumento del controllo politico sul potere, dell’espressione della volontà popolare, cioè la rappresentanza e la giurisdizione, realtà sviluppatesi e bloccatesi al livello dello Stato-nazione.

Alla luce di questa discrepanza, ogni volta che sento il concetto di “comunità internazionale”, piango e rido allo stesso tempo. Non abbiamo nemmeno iniziato a costruirla. I nostri problemi sono davvero globali, ma possediamo solo i mezzi locali per affrontarli; ed essi sono spudoratamente inadeguati al compito. Perciò la domanda che suggerisco sarà probabilmente questione di vita o di morte per il XXI secolo.
Chi se ne occuperà? Quella sarà la questione.

Non ho la risposta a questa domanda, posso solo proporre alcune parole di incoraggiamento.
È abbastanza noto Edward Lorenz, con la sua tremenda scoperta che persino gli eventi più piccoli, minuscoli e irrilevanti potrebbero – dato il tempo, data la distanza – svilupparsi in catastrofi enormi e scioccanti. La scoperta di Lorenz è conosciuta nell’allegoria di una farfalla, a Pechino, che scuoteva le ali e cambiava il percorso degli uragani nel Golfo del Messico sei mesi più tardi.
Questa idea è stata accolta con orrore perché andava contro la natura della nostra convinzione che possiamo avere piena conoscenza di quello che verrà dopo. Andava contro la teoria del tutto. Che possiamo conoscere, predire, addirittura creare, se necessario con la nostra tecnologia, il mondo.
Ricordo che in questa scoperta di Lorenz c’è anche un barlume di speranza ed è molto importante. Consideriamo cosa sa fare una farfalla: una gran quantità di cose. Non trascuriamo i piccoli movimenti, gli sviluppi minoritari, locali e marginali. La nostra immaginazione va lontano, oltre la nostra abilità di fare e rovinare cose. Nella nostra storia umana abbiamo un numero rilevante di donne e uomini coraggiosi che, come farfalle, hanno cambiato la storia in maniera radicale e positiva. Davvero.
L’unico consiglio che posso dare allora: guardiamo le farfalle, sono di vari colori, sono fortunatamente molto numerose. Aiutiamole a sbattere le loro ali.

(traduzione di Lorenzo Fazzini ed Elisa Tomba)

L’articolo è originariamente apparso sull’edizione di lunedì 14 novembre 2011 de “la Repubblica” (fonte: spogli.blogspot.com)

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