Due, tre, quattro considerazioni

Tenevo a darvi un mio ritorno sui tanti ed importanti appuntamenti dell’ultimo Sammartino.

Innanzitutto, ringrazio Daniele Valisena per il bello spunto che ha offerto nel suo articolo, sull’Atelier Bligny come “l’altra voce del Nord”. Era nelle nostre intenzioni, di essere “la” voce del Nord (e non del Palazzo-in-Centro), ma non sarebbe stato possibile senza la splendida disponibilità di Fabio e Fabrizio con le loro fotografie che ci restituiscono le “Reggiane” vive. Il racconto “mancato” ha funzionato da mainstream con le “letture operaie”, le foto-verità, le tante considerazioni svolte un po’ da tutti noi nel corso della giornata (e che questo piano della riflessione sia stato sostanzialmente glissato sul piano della comunicazione mediatica e politica non ritengo sia un caso…).

Veniamo a fare qualche conto sui numeri e i profili dei partecipanti alle nostre iniziative.

Il venerdì 9, agli Orti di Montenero: ci hanno messo il naso in una ventina, quasi tutte donne come avevamo sperato; quattro-cinque hanno pure disertato, a un certo punto, decisamente arruffate verso la protagonista di “Vivere senza soldi”, e non vorrei passare sotto silenzio la cosa: trovo significativo che il segno da mettere all’utopia (emancipazione o redenzione?) scateni tali passioni tra persone di ottanta e passa anni che, in effetti, nel corso della loro esistenza, per Udi e Cgil, ci hanno messo della pelle.

La domenica mattina, all’Atelier: non ho avuto modo di contare i presenti, qualcuno tra voi lo avrà fatto di certo (comunque il desco co-operativo ha funzionato a meraviglia, quasi esaurite le scorte alimentari). Mi preme rilevare un punto di forza e uno di debolezza.
La forza sta nell’attrazione esercitata dal luogo, merito indubbio dei nostri architetti; non a caso Renzo Testi ha proposto di metterci una scritta sulla “porta stretta dell’utopia” (molto bella) di André Gide; immaginiamoci come sarà, con i murales e il portone rigenerato delle “Reggiane”…
La debolezza: troppo scarsa, e forse anche ritrosa, la presenza della “guardia Pistelli” all’iniziativa, così come degli attivisti nei Centri Sociali e nella Cgil. Al di là dei buchi nel tam-tam della comunicazione, qui c’è da capire come fare per superare scetticismi e diffidenze. La via maestra, su cui ritornerò, si appoggia a mio avviso sull’esplicita dichiarazione di interesse, da parte di noi “più giovani”, come realtà collettiva (Eutópia) nei confronti della storia di chi ha costruito/abitato il “Pistelli”.

Raccontare le “Reggiane” e gli operai
Antonio Canovi & Sandra Palmieri

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La domenica pomeriggio. Idem come sopra: chi ha fatto i conti dei partecipanti?
A me è piaciuto che un bel gruppetto di persone, in versione rilassata, con bambini famiglie amici, abbia accolto la proposta di fare una “siesta-fiesta” di visioni filmiche. Mi pare che abbiamo centrato un bisogno, con questo “kino a scaletta” (anche se dobbiamo trovare una soluzione tecnica per oscurare).

Alla Scuola Popolare di Cinema il compito di tradurre la simpatia per la dimensione filmica in empatia con il mediume (e il linguaggio) cinematografico. Con Nico Guidetti siamo rimasti d’accordo di fare attenzione a due aspetti: presenza intergenerazionale (per cui vorremmo dagli adolescenti, che in quartiere non sono pochi, ai pensionati che sono qui tanti) e basso costo d’iscrizione.
Il primo corso ha il valore di sperimentazione: aspetto gestionale a parte, abbiamo da testare la nostra capacità aggregativa; perciò avremmo scelto, con Nico, di raccontare proprio la biografia del “Pistelli”, che verrebbe tra l’altro a puntino per la nostra “mappatura” del quartiere.

Ci metto un post scriptum: Younes, il writer assoldato per i murales, è stato proprio bravo nel raccontare la sua filosofia di lavoro. Ora, mi preoccuperei di non mandarlo in via Bligny a lavorare in solitudine: costruiamo attorno all’affresco una narrazione collettiva, e facciamolo a partire dalla Scuola Popolare di cinema.

Tornando al pomeriggio di domenica: entusiasmante il concerto di Tiziano e Riccardo (il telone di Fabrizio funziona a meraviglia per l’acustica), buoni (e tanti) i “marroni” con cui l’abbiamo accompagnato. Qualcuno ha voglia di fare commenti?

Domenica sera: pure la proiezione de “L’albero degli zoccoli” ha ben funzionato nella Saletta Civica, con una quindicina di partecipanti, e non soltanto cooperatori. Prossimi appuntamenti: venerdì 16 e 23 novembre con la proiezione (in due parti) di “Novecento”.

Le due, tre, quattro considerazioni si sono allungate. Tengo a salutarvi con il motto che abbiamo fatto nostro: “Da ciascuno secondo le sue possibilità”.
Sta a noi, di fare dell’Atelier il luogo di “sinergie differenziali”, qui ed ora.

Antonio Canovi

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