Quando l’esperienza migrante muove le memorie

“Rondinelle d’Italia” è il titolo di un progetto (che si è fatto ora documentario) promosso tra il 2005 e il 2006 dagli Spi-Cgil di Taranto e Reggio Emilia. È anche la storia di un incontro che ha preso avvio, ed è poi è continuato, traversando un buon tratto d’Italia.

Viaggiare lo spazio-tempo che corre tra le Puglie e l’Emilia è divenuto, al di là della necessità contingente, una maniera di ripensare l’esperienza storica della mobilità. Non si trattava, infatti, di raccontare l’emigrazione come una tessera iscritta nel tempo trapassato del boom economico. Su questo i compagni dello Spi di Taranto sono stati subito espliciti: ciò che si voleva raccontare non era un’assenza ma una presenza. Innanzitutto perché da Ginosa (e potremmo dire da tutto il Tarantino) si continua a partire verso il nord, e con una intensità crescente proprio nelle province emiliano-romagnole.

È questo un primo fatto che domanda attenzione. Il classico schema migratorio (in termini tecnici viene definito push and pull, premi ed espelli) si basa infatti su una spiegazione di natura economica: si emigra per lasciare la povertà, per approdare dove vi è lavoro. Questo meccanismo è senz’altro verosimile ma non basta a spiegare le ragioni per cui il migrante sceglie un posto piuttosto di un altro.
E i ginosini, a Reggio Emilia, hanno posto salde radici: ai primi arrivi alla fine degli anni ’50 ne è seguito un flusso ininterrotto. Siamo ormai alla terza generazione.
Si tratta di una migrazione che nasce senz’altro in un contesto geostorico contrassegnato dalla fame e dal bisogno atavico di lavoro ma che nella scelta della destinazione – Reggio era nota come la “provincia cooperativa” d’Italia – assume un forte connotato politico.

Sono infatti i braccianti sindacalizzati nella confederazione della terra, di fede comunista, a trovarsi sempre più discriminati nel collocamento della mano d’opera. La forte continuità, quasi un passaggio di testimone tra le generazioni, mostra l’evidenza della preferenza per l’Emilia-Romagna come destinazione migratoria.
Il viaggio della speranza – secondo l’iconografia del dopoguerra ma ancora degli anni ‘60 – prende nell’Emilia “rossa” il colore dell’emancipazione. Una dimensione anche di integrazione sociale che, ancora nelle storie raccolte tra gli arrivi più recenti, sembra anzi contraddistinguere originalmente questa filiera migratoria.

Congiuntamente alle ragioni del lavoro, a determinare un flusso emigratorio di vaste proporzioni interviene nel 1957 la chiusura per decreto prefettizio delle abitazioni site nelle grotte ricavate in gravina, tutte abitate da braccianti o pastori, comunque dai ceti sociali più poveri. Così che gli anni del boom per le province industriali del nord finiscono per coincidere, a Ginosa, con un vero e proprio esodo.

Ma si può parlare realmente, al di là dei numeri, della fine di un’epoca?
Le voci narranti restituite nel documentario sembrano fornire indicazioni diverse. Se gli anni ’50 sono infatti quelli che decretano l’espulsione per un grande parte del ceto bracciantile (soprattutto maschile), quelli seguenti presentano caratteristiche contraddittorie: c’è chi diventa operaio all’Italsider di Taranto ma c’è anche chi continua ad emigrare, ed anzi con rinnovata intensità a partire dagli anni ’90.
Soltanto, sono ora i diplomati e i laureati (figli e nipoti di quei braccianti) ad andarsene.

La domanda che ci siamo posti successivamente è stata la seguente: quale rapporto intercorre tra i braccianti agricoli che pativano la discriminazione di un collocamento gestito con criteri antisindacali da un manipolo di agrari e i giovani (più facilmente diplomati o laureati) che tuttora si affollano lungo la via Emilia in cerca di un’occupazione che può essere industriale ma anche nel terziario?
I racconti di memoria restituiscono la pregnanza di una consistente filiera migratoria, ma anche – in contraddizione apparente – la scelta di non rappresentarsi pubblicamente in quanto comunità migrante.
Non esiste a Reggio Emilia un’associazione dei ginosini, tanto meno la consuetudine a socializzare perseguendo alleanze endogamiche. Sussistono, certo, i canali familiari ed è conosciuta l’esistenza di luoghi – pizzerie, negozi, ecc. – gestiti o frequentati da compaesani; ma ciò non si fa racconto condiviso, nemmeno fonda una memoria collettiva.

Uno dei risultati più eclatanti che esce dalla ricerca è la laica modernità cui viene improntato il comportamento migratorio degli intervistati: il lavoro sta al centro della sfera pubblica ed è esibito come prova di integrazione nella società di accoglienza, mentre la famiglia – dove indubbiamente vengono reiterati riti del paese di origine, non fosse altro per la scarsa propensione a contrarre matrimoni misti – rimane consegnata ad una dimensione fondamentalmente privata.

Per queste e differenti ragioni, l’emigrazione approdata da Ginosa (una cittadina che conta ora circa 25mila abitanti) nella provincia di Reggio Emilia tende a vedersi poco, quando non prova a farsi esplicitamente “invisibile”.
Non si è fatta però silente, soltanto andava utilmente “provocata” e noi – nel corso del progetto – ci abbiamo provato, a Reggio Emilia come a Ginosa.
Di qui l’opzione di procedere utilizzando la tecnica della video-intervista, la quale ha il merito di restituirci la vivacità delle testimonianze raccolte. Sotto il profilo metodologico, si è inteso in questo modo connotare l’intervista – dinanzi a testimoni che venivano intervistati per la prima volta nella loro vita – come atto fondativo di memoria.
Ciò si vede bene nelle riprese girate da Nico Guidetti, dove il testimone non si fa mai protagonista esemplare (e tanto meno viene utilizzato in chiave esemplificativa) ma vive come soggetto in quanto sta dentro una relazione narrante che si incarica di animare in prima persona.

Questa scelta, che è stilistica ed epistemologica, si coglie al momento del montaggio finale: non vi è un “centro” narrativo cui fare da contorno ma, ad ogni effetto, il singolo “oggetto” (ivi compreso l’intervistatore) nel momento in cui è filmato viene anche reificato in quanto “corpo” di una memoria a noi presente.
Ma si tratta di una memoria che, per farsi racconto collettivo, ha bisogno di tradursi in agire politico. A Ginosa come a Reggio Emilia. Nella società italiana come tra quei venditori ambulanti di origine pakistana che abitano le ultime sequenze di questo lungo documentario.

 “Rondinelle d’Italia” (2007), 70′
di Antonio Canovi e Nico Guidetti
Fotografia e montaggio: Nico Guidetti
Audio: Nello Chiari
Produzione: Jeris Fochi per Mediavision – Cine & Video

Il documentario sarà proposto giovedì 24 febbraio alle ore 21:00 presso la Saletta Civica di via Selo, 4 nell’ambito della rassegna Fare, Narrare, Camminare a cura della associazione Eutópia (clicca e scarica il programma dell’iniziativa).

Antonio Canovi

Per l’immagine del post: Attribution License by Giorgio Marziani de Paolis

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