Case fraterne

La strage di San Girolamo e la Casa dei Rossi

Il 23 aprile 1945, prima di darsi alla fuga, il Comando tedesco di San Girolamo si macchiò di una strage gratuita, eliminando brutalmente i prigionieri arrestati in quei giorni.

Fu una vendetta indotta dal fanatismo di chi, avendo preteso di mettersi il mondo sotto i piedi, si scopriva sconfitto. Le truppe occupanti, ormai in rotta, fucilarono la Famiglia Rossi della località Gazzo tra Gualtieri e Santa Vittoria, che ospitava in casa le riunioni della 77° Sap e vari altri latitanti.

Vennero uccisi il capofamiglia Giuseppe, sua figlia diciottenne Bruna, sua madre Ines Garuti e un altro partigiano suo vicino di casa, Giovanni Bigliardi. Tutti, anche i bambini della famiglia, furono malmenati. Gli adulti subirono numerose sevizie e finte fucilazioni. Fu risparmiato l’arresto solo ai bambini dai 4 ai 12 anni della famiglia Rossi.
Al momento dell’esecuzione riuscirono a salvarsi, correndo lontano dai soldati che stavano per eliminarli, solo Adriano, figlio diciannovenne dei Rossi, e – ferito al ventre – il partigiano Primo Catellani.

Una testimonianza

Il Comando nazista di San Girolamo inviava un contingente di oltre 50 soldati tedeschi e mongoli […]. Furono portati via tutti, ad eccezione di Bruno (12 anni) e di Gianni, il più piccolo che aveva solo 4 anni. Usarono i carri ed i cavalli della stalla e, dopo averli caricati su una biga per granoturco, li fecero passare attraverso i paesi di Guastalla e Gualtieri, come bestie destinate al mattatoio.
Li trattennero presso il Comando di San Girolamo, rinchiusi in un locale a fianco della canonica, e pochi giorni dopo li fucilarono in una carraia di campagna dietro la casa dei Righini.

A Bruna fu usata violenza prima di essere uccisa. Non a caso sono le donne a darne testimonianza.

[Imelde, 1926]

«Due sere prima, avevo visto quando li portavano dentro, che io credevo che fossero marito e moglie, e invece no: c’era padre, madre e due figli, e se c’era questo signore: c’eran in cinque. Io, sono andata a dire per quel fatto lì: “C’è della gente nella prigione di Pepina”. Perché li mettevano là dove c’era la torre; che c’era un calzolaio là, e hanno tirato via quello lì e ci mettevan dentro i prigionieri.
Lì, due o tre sere prima che accoppassero la famiglia Rossi, la ragazza era andata in casa del signor Righini, e c’era sua moglie: “Mi hanno detto che stasera andiamo a casa. Han detto sia a me, che alla mamma, che al papà, che andiamo a casa, ci lasciano andare a casa”.

[Invece, una mattina mentre va al casello con il carrettino del latte] E quella mattina lì […] prendo su le assi da passare, e ho visto quel lavoro lì. L’avessi mai fatto, quel percorso lì! Sono passata, mi son voltata indietro, c’eran tre morti!
La ragazza Rossi a bocca aperta, e nuda qui, gli han fatto quel che volevano, i vigliacchi. Sua madre, che si vede ha assistito alla faccenda, la bocca aperta e le mani così
[…].
E lungo lo stradone – se avesse visto – mi viene ancora il magone, poverina: diciotto anni, che bella donna! Sua madre a bocca aperta, perché si vede che ha visto quel che han fatto a sua figlia, quei vigliacchi lì.
Avevano sparato a tutti nell’orecchia. E c’era questo signore, a pancia in giù, che l’hanno ammazzato anche lui. Che in fatti, c’era anche un polacco
[collaborazionista per scelta o per forza, probabilmente aveva cercato di rivoltarsi]: l’hanno ammazzato loro, però, quello lì, e hanno ammazzato anche la famiglia Rossi, che da quella mattina – glielo dico, ho ancora la pelle d’oca a dirglielo – sono stata sei mesi senza andare a letto da sola, dalla paura che avevo».

Terminata la guerra, i figli scampati rimasti orfani e dispersi, la casa di famiglia abbandonata, i Rossi hanno patito una seconda pena: il silenzio.
Non era nemmeno facile, per la gente del posto, rievocare una violenza tanto efferata. Nel frattempo le commemorazioni resistenziali si sono spostate dai campi alle piazze, diventando l’occasione più per celebrare che per rammemorare.
Oggi, a distanza di 68 anni, grazie al docu-film girato da Monica Rossi insieme al padre Bruno, dentro e attorno a quella che fu la casa di famiglia, questo lutto è stato restituito alla sua dimensione storica e civile.

Tra i latitanti che erano stati ospitati in quella casa c’era il partigiano Livio Montanari. Pressoché coetaneo di Bruna, avevano allacciato una bella amicizia. La proiezione di “Casa Rossi” nella Saletta Civica di via Selo, 4, tra le Case che videro nascere Livio, vuole essere un segno di riconoscenza e fraternità verso questa famiglia.

Antonio Canovi

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