Si fa presto a dire ''Niguarda''

Salito alla ribalta nei giorni scorsi per tristi vicende di cronaca nera, il quartiere Niguarda di Milano è un luogo a noi caro.

Le relazioni e le amicizie stabilite da alcuni anni con associazioni e cooperative di abitazione locali, ci portano a condividere un’interessante riflessione proposta dall’edizione milanese del “Corriere della Sera”, per la firma di Roberto Iasoni: una “buona” occasione per ridiscutere, se non i fondamenti della convivenza, almeno le terminologie del nostro quotidiano

Si fa presto a dire Niguarda
Il quartiere non ha niente a che vedere con lo stereotipo della periferia senza identità

Si fa presto a dire periferia. L’etichetta viene appiccicata in questi giorni su Niguarda. Ma Niguarda non ha niente a che vedere con lo stereotipo della periferia senza identità. Suburbio che sta al di sotto del centro cittadino, non soltanto in termini di valore al metro quadrato delle case.

Si dice spesso periferia tacendo, per misericordia, poveri loro. Povero homo perifericus, marginale e infelice. La periferia è svantaggiata, difficile, incolore. Agglomerato senza fondamenta. La memoria è polvere e l’ordine pubblico appeso a un filo. Un mondo sinistro che assedia la pace del centro.
Stereotipi. Perché, invece, il borgo di Niguarda è conosciuto fin dai tempi dell’Impero Romano.

Passa la peste del Manzoni. Passa la nobiltà del Seicento per aprirvi le sue «ville di delizia»: dalla Trotti (i ruderi dove Mada Kabobo ha trascorso la vigilia del massacro, cantiere in attesa da anni che si sblocchi un progetto di rinascita), alla Clerici (sede di una meravigliosa Galleria d’arte sacra).

La Niguarda che nel 1781 fa parte del Comune dei Corpi santi, che nel 1815 torna indipendente e fino al 1926 è Comune a sé: i niguardesi più anziani dicono ancora di andare a Milano quando muovono verso la Madonnina. Prendono il 4, che sfiora l’immenso Ospedale Cà Granda (1939), in dieci minuti arrivano alla fermata Maciachini della linea gialla.
Magari escono da uno dei palazzi dell’Edificatrice (1894), nucleo di un’imponente cooperativa con ottomila soci e 2.600 alloggi.

Dell’Edificatrice è una costola il Teatro della Cooperativa (2001), fondato e diretto da Renato Sarti, un grande della drammaturgia contemporanea nonostante la sobrietà di quella sala da 200 posti di cui la città non potrebbe più fare a meno.

Sarti ha scritto “Nome di battaglia Lia”, opera tratta dalla resistenza niguardese (la Niguarda che insorge il 24 aprile 1945) e ispirata alle ultime ore di Gina Galeotti Bianchi, la partigiana Lia falciata da una raffica di mitra nazista.
Anche dai Giardini Galeotti Bianchi è transitata la follia di Kabobo. Quanta storia dietro una toponomastica scoperta “scena del crimine”, vero?

E quanto robusto può essere il tessuto di un vecchio rione attraversato ogni giorno in auto dal pensionato Ermanno Masini, terza vittima di Kabobo, per accompagnare gli anziani dal medico o portare loro la spesa?

Da vent’anni a Niguarda esce il giornale Zona 9, che con la Z di Zorro sulla testata non la fa passare liscia a nessuna Giunta. Qui è la casa della Niguarda Calcio e degli Azzurri niguardese di basket. Cultura, sport, lavoro, servizi. Legami sociali. E anche tutto il contrario, certo. Compresa l’incapacità di decifrare la violenza e reagire con la prontezza dell’esperto. Insomma, la vita.
Forse Milano non è un solo centro, forse è una rete di centri. Di sicuro, il male che irrompe in un’alba tiepida di maggio – il caffè al tavolino di un bar, la consegna dei giornali, l’uscita di buon’ora per il volontariato – colpisce Milano, non un’indistinta periferia.

Roberto Iasoni

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