Relazioni di quartiere nell'Area Nord

Pubblichiamo l’intervento di Roberta Pavarini, presidente della Circoscrizione Nordest nell’ambito del quarto (ed ultimo) evento di presentazione del lavoro dei gruppi di progetto sull’Area Nord.

Quest’Area Nord, a cui è convenzionalmente associato quasi il nome di un vento, ha camminato sotto i miei piedi per quarant’anni. In primavera dalla scuola elementare “Collodi” di via Veneri, scendendo lungo via delle Ortolane e costeggiando il canale del Chionso, ritornavo a casa mia con la cartella in spalla ed in mano un papavero rosso e mai senza aver succhiato quei bei fiori rosa carnosi e dolci che crescevano lungo il bordo-strada, che adesso non trovo più.
Dal terzo piano di via Selo, 4 nell’82 ho visto cambiare il paesaggio della campagna, coltivata a vite, murato dalla nuova tangenziale rimasta a lungo senza traffico.
L’acqua del canale Naviglio è stata tombata, e non ha più fatto da scenografia a chi la sera facendo due passi si ritrovava sul muretto del Mulino della Nave per commentare le notizie del giorno e godersi il caldo estivo.
Sono “venuti sù”, da questo nostro terreno anfibio, direbbe il geografo Franco Farinelli, il Palazzo di Giustizia, il “palestrone” (il Palahockey), la nuova sede dell’Inps, lo stadio…
Costruzioni nuove e cantieri annosi che per chi da sempre vive in questa zona di prima periferia hanno più rappresentato un’occupazione di suolo che alimentato un immaginario.

Credo che si sia veramente presa consapevolezza della nuova Architettura che si poneva come traduttrice del senso dell’andare di questa città solo con l’innalzamento dei ponti di Calatrava. La gente ha vissuto per anni come in un cantiere dove le direttrici e le superfici di spostamento assomigliavano ad un groviglio di fili, ad un labirinto di cemento ed ha fatto diretta esperienza di quello che si presentava come il gesto pubblico più evidente di trasformazione della città.
Il cambiamento di prospettiva, la consapevolezza che il Nord della città non potesse più essere raccontato in antitesi al Sud: a nord si lavora / a Sud si dorme, a Nord ci vivono gli operai / a Sud la borghesia, a Nord ci sono le fabbriche / a Sud le villette abbinate, è una conquista abbastanza recente anche nella visione di chi ha amministrato la città negli ultimi quindici anni.
Credo che questo difetto di comprensione e la scarsa lungimiranza di programmazione urbanistica che oggi ci fa lavorare necessariamente sulla categoria della riconnessione tra luoghi stia nel non aver voluto interpretare questo luogo policentrico come luogo vivo, dinamico, luogo di frontiera, ma nell’aver sempre cercato di archiviarlo come non-luogo, statico e finito.

Questa zona della città – lo dico basandomi su un dato esperienziale, su un dato valutabile a chi voglia studiare le dinamiche partecipative e relazionali nella città – è il luogo in cui da sempre si registra la più forte appartenenza alla comunità (meglio: alle comunità) e si da grande valore alla partecipazione e alle relazioni tra le persone.
C’era ancora la Settima Circoscrizione (prima dell’attuale Nordest) e qui avevamo un centro sociale ogni mille abitanti!
Qui sono nati dal basso – a partire dalle scuole primarie, prima fra tutte la “Balletti” di Mancasale – progetti didattici di geostoria e di educazione alla cittadinanza, qui si è sperimentata sul campo una politica di riconoscimento individuale e collettivo basata sullo studio delle permanenze e delle trasformazioni.
Ecco perché, per me e per coloro che mi hanno accompagnato in questo abitare a Nord, parlare di questi territori significa parlare del futuro della città, con la consapevolezza di apprendere costantemente il cambiamento.

Questo futuro è diventato dibattito pubblico e mi soffermerò per ragione di tempo sul tema della qualità urbana che poggia a mio parere sull’infrastruttura immateriale più importante e necessaria al progetto urbanistico ed estetico che è la relazione tra le persone.
La qualità urbana può esistere laddove e quando maturi un adeguato “senso di responsabilità degli abitanti di un territorio nei confronti dei propri posti, della propria terra”.
La terra, secondo il giornalista e scrittore Maurizio Maggiani, può rimanere fruttifera soltanto se riusciamo a preservarne la bellezza o meglio ancora direi a rigenerarla.
Ecco perché dovremo porre molta attenzione a costruire spazi e luoghi belli, simboli del dinamismo che fa incontrare gli uomini, i cittadini. Nel dinamismo comprendo anche il conflitto, la negoziazione e la partecipazione. E penso alle scuole, ai luoghi di socialità, agli spazi pubblici e semipubblici di quartiere.

Vi sono alcuni siti e presidi culturali di interesse generale che misurano il senso della qualità urbana a Nord della città: sta a noi saperli leggere e interpretare.
Il Mulino di Mancasale alla porta Nord della città, su via Gramsci; l’area delle “Reggiane” e il Parco della Conoscenza, come snodo di raccordo tra il centro storico e il quartiere di Santa Croce; la scuola di San Prospero ricompresa nel suo progetto in divenire di ampliamento.
Si tratta di tre luoghi che testimoniano il policentrismo di questo Nord e che ben rappresentano e rappresenteranno punti di ancoraggio e anche di rilancio delle relazioni ampie che la città potrà scambiare sia a livello di quartiere che a livello nazionale ed internazionale.
Si tratta di snodi ancora non tutti compiutamente indagati e presi in considerazione, ma che nel prossimo futuro dovranno far parte della visione comune che andiamo costruendo.

Visione che ha bisogno di luoghi importanti per descrivere e raccontare il profilo e la vocazione internazionale della nuova città “baciata” dalla Tav, a cui e da cui molti potranno andare e venire. E mi riferisco al Parco della Conoscenza rappresentato dal Centro internazionale “Malaguzzi” ed al Tecnopolo.
Ma anche di luoghi di interconnessione memoriale e di significazione della storia del secolo scorso che ha generato la Reggio industriale di oggi: le “Reggiane”.
Luoghi da rigenerare in un’ottica di mix funzionale e sostenibile che soddisfi il bisogno di abitare in contesti dove gli spazi privati e quelli pubblici, le funzioni culturali e di servizio possano convivere e mescolarsi per aderire ai “gusti” del nuovo cittadino europeo cui sta a cuore il proprio spazio di vita affettivo-familiare non disgiunto da quello relazionale-formativo-lavorativo. E mi riferisco al recupero del Mulino di Mancasale.
Luoghi educativi permanenti che hanno come perno centrale di sviluppo la scuola, ma che possano svolgere una funzione di accoglienza e di collante per le diverse istanze e agenzie sociali di prossimità. Mi riferisco alla scuola di San Prospero che con il futuro ampliamento deve aspirare a trasformarsi in un centro capace di adattarsi alle mutate esigenze e geografie della frazione e a porsi come polo attrattivo di comunità.

Partendo da uno sguardo rovesciato, quindi “dai luoghi e nei luoghi”, riusciremo a declinare il paradigma delle connessioni urbane. Qualche idea e qualche azione concreta è già in corso. Le cito per esemplificare.
In relazione alle “Reggiane” ed al valore narrativo che hanno avuto nella costruzione del dna della città, riteniamo strategico dar corpo ad un progetto di ecomuseo urbano, di un museo-attivatore che oggi vive dentro al primo nucleo del Centro di Documentazione Storica di Villa Cougnet
In relazione al Mulino di Mancasale, una forte domanda collettiva per il recupero e la rigenerazione di questo luogo, ci impegna a trovare soggetti pubblici e privati che possano realizzare un progetto che sperimenti un nuovo modo di abitare. In questo senso il territorio esprime già una pluralità di soggetti che potrebbero trovare nella forma della cooperativa di comunità lo slancio per un buon lavoro comune. Magari i fondi che recentemente il Comune intercetterà per il Piano Città potrebbero avvicinare questa sfida.
In relazione al valore della conoscenza e al sistema di apprendimento che esprime Reggio Children attraverso la metodologia creativa dell’atelier, partirà in autunno, in via Bligny, un nuovo atelier, dedicato al linguaggio cinematografico: la Scuola Popolare di Cinema, attivato in sinergia con il bando I reggiani, per esempio.
In relazione al quartiere di San Prospero, per avvalorare la necessità di portare un segno di rigenerazione delle relazioni a partire dal polmone rappresentato dalla scuola, partirà una rassegna estiva culturale dedicata alla cittadinanza proprio nell’area verde della scuola.

I piccoli gesti affiancano le scelte strategiche e le accompagnano nella formazione comune di quell’immaginario che sdoganerà rendendola popolare la nostra idea di Area Nord.

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