24 dicembre, ore 23:59

Vi regalo un post ad un orario bizzarro, una specie di strenna tappabuchi per scollinare oltre il letargo natalizio. Come da peggiore tradizione, riciclerò qui un’esperienza domenicale in visita all’esposizione dell’Archivio delle Reggiane” al nuovo Tecnopolo.

Da anni, ogni volta che sulla città di Reggio Emilia scende la luminosa grazia sprovincializzante di un “grande evento”, ci si spintona per accedervi tra drogati di mondanità, evolutissimi radical-shit (sì, proprio così…) e i “compagni cittadini”

La categoria antropologica più o meno è questa: gente qualunque, maggioranza silenziosa di Rozzemilia, che già anni fa affollava le inaugurazioni dei primi centri commerciali kolossal per gustarne lo scintillante hype consumistico metropolitano, ma anche senza bisogno (indotto), solo per poter dire che c’erano già stati e che – come tutti gli “eletti” presenti quel giorno – si erano sorbiti un’ora di ingorgo per tornare a casa.
I disgraziati ora sono diventati le “vittime” preferite di chi, nel frattempo, ha imparato a sfruttarne la disponibilità a farsi deportare all’interno dei (non-)eventi: d’altra parte, la legge per cui la partecipazione delle masse (intruppate e cammellate tramite scientifico battage mediatico) può sdoganare trionfalmente una qualsiasi minchiata (gli esempi adatti indicateli voi, secondo sensibilità: potete scegliere tra notti bianche, rosa e così via, ma non trascurate la corsa sui tacchi) valeva ieri a Norimberga e vale oggi a Reggio.

Al di là del mio snobismo, in ossequio al quale ho saltato l’inaugurazione, mi sono rigirato nel dubbio se andarci o meno. Poi, ho deciso che ero comunque curioso di vedere com’era andata a finire l’operazione di salvaguardia e valorizzazione dell’Archivio.

La mostra al Tecnopolo
Foto Daniele Castagnetti

Al primo impatto, gli interni filologici by Andrea Oliva [1] [2] mi hanno suggerito un architettonico mash-up tra i set delle scene finali de “I predatori dell’arca perduta” e “Quarto potere”, per un’involontaria metafora dell’imballaggio dei materiali superstiti dell’Archivio aziendale.

Mi sono quindi imbucato in una visita guidata, attraverso tre-quattro ambienti espositivi saturi più di persone che di oggetti.
Per chi avuto modo di rendersi conto delle dimensioni dell’Archivio (davvero sconfinato), questa è un’anomalia abbastanza evidente. E’ vero che difficilmente si sarebbe potuto disporre di spazi immediatamente adatti a contenerlo tutto: ragion per cui, nonostante le fanfare, l’operazione di recupero si era tradotta in uno storage presso i magazzini comunali della Bazzarola.
Però, molto del materiale esposto al Tecnopolo risulta “prestato” da collezionisti privati.
Allora l’Archivio dov’è? Cosa stiamo visitando davvero?

La solerte guida attira la nostra attenzione su alcuni reperti cartacei, infradiciati e mezzi marci. Sono le vittime delle infiltrazioni d’acqua nello scantinato della palazzina a “M”, il disastro idraulico che ha condannato gran parte del patrimonio che là era contenuto.
Nella costernazione collettiva, mi ripeto la solita domanda: e se ci si fosse mossi prima?
Non ho risposte, naturalmente. Solo supposizioni. Al limite, delle supposte.

E’ a guardare l’ordine cronologico degli eventi che a uno viene da pensare male.
Forse vi ricorderete che, come Centro di Documentazione Storica, siamo scesi in Archivio (prima da soli, poi con operatori dei Beni Culturali) già nell’estate 2009. Nell’autunno, abbiamo relazionato ad Assessori (ora Sindaci reggenti) ed alti dirigenti comunali, ottenendone l’appoggio a sostegno delle nostre attività.
Il 19 dicembre dello stesso anno, in una Villa Cougnet sommersa dalla neve, abbiamo presentato pubblicamente il nostro progetto sulle “Reggiane” raccogliendo plausi e consensi (si trattava di un’esperienza ai più inedita, come il materiale documentale che era stato riportato alla luce), ma anche le imbarazzate rampogne di qualche “maestà” lesa dalla nostra intraprendenza.
La sensazione che proprio da lì, in parallelo alla spartizione immobiliare delle strutture, sia partita una corsa all’esclusiva sulla memoria della fabbrica non mi ha più abbandonato: sarà stato un caso il fatto che, solo pochi mesi dopo (aprile 2010), si sia organizzata la campagna a mezzo stampa sul riesumato progetto dell’automobile made in “Reggiane”?

Non è che i media locali ci abbiano ignorati, questo va chiarito.
Telereggio, ad esempio, fu presente con le sue telecamere al nostro evento a Villa Cougnet.

Poi concesse spazio al documentario “Reggiane underground – memorie sotto l’Officina” per un paio di passaggi televisivi (a marzo 2010 e, in replica, a settembre 2011) nel format di approfondimento Habitat.

Circa un anno dopo, la situazione cambia.
Le nostre richieste di “sponde” istituzionali rimangono sostanzialmente inevase e sembra che sulle “Reggiane” si voglia far scendere un po’ di silenzio.
Poi la stessa Telereggio, nell’apertura dei suoi telegiornali del 27 e 28 aprile 2011, propone ai telespettatori un’inchiesta (ex novo) in due puntate sull’Archivio.

Tutto legittimo e pure corretto. Sorprende piuttosto il fatto che si ripropongano temi analoghi e persino immagini identiche a quelle di un anno e mezzo prima (le stesse riprese in Archivio, praticamente la stessa intervista con Luciano Fantuzzi) senza alcun riferimento al nostro lavoro, a quanto di esso era già stato messo in onda dalla stessa emittente.
A me, insomma, la cosa è sembrata davvero strana.

L’impressione è tuttora quella di un tema del dibattito ricostruito da zero e rilanciato proprio in coincidenza con decisioni a livello politico che hanno permesso ad alcuni di mettere le mani sull’Archivio e sulla sua gestione futura.
Noi non avremmo avuto senz’altro la forza necessaria, ma (quello che più conta) nemmeno l’intenzione di escludere altri soggetti dal nostro lavoro: ne è la riprova il fatto che nel 2009 lavoravamo alla luce del sole, in accordo con Comune, Università, istituzioni culturali, privati cittadini.
Qualcun’altro ha invece preferito imporre un monopolio, ragionando come se fosse una questione tra concessionari di auto concorrenti che si devono contendere un mercato.
Si è agito autoritativamente, in modi e tempi che comunque all’Archivio non hanno giovato.

Si è di fatto permesso all’acqua di infiltrarsi nelle fondamenta e di rovinarlo irreversibilmente. Quello che non è stato distrutto dall’acqua, lo si è lasciato nelle mani di emarginati e disperati che hanno fatto delle “Reggiane” il loro bivacco, vandalizzando le stanze sotterranee ed utilizzando i documenti ed i progetti originali come combustibile per i loro falò.
Il resto, lo hanno fatto i lavori di smobilitazione e distruzione delle strutture e qualche incomprensibile azione di rottamazione. Quello che è rimasto, un po’ è stato “sequestrato”, un po’ è stato “delocalizzato”.
Ecco perché mi chiedevo cosa stavo visitando al Tecnopolo.

Ovviamente, la mostra questo non lo può e non lo vuole raccontare.
Si racconta invece come il tema-Archivio delle “Reggiane” sia emerso improvvisamente dal nulla a cavallo degli anni 2010-2011 (ecco perché insistevo sulla tempistica con cui hanno agito i media), momento a partire dal quale alcune “menti illuminate” si sono provvidenzialmente mobilitate “per prime”, procedendo “nel migliore dei modi possibili” alla sua salvaguarda e valorizzazione.
Ma questa è una versione dei fatti quantomeno discutibile.

E’ molto discutibile anche il fatto che l’esposizione insista nel decontestualizzare tutto quanto.
Ad esempio, al suo interno vengono utilizzati anche i contributi audiovisivi di nostra produzione. Il Cds – Villa Cougnet è regolarmente e correttamente citato come fonte. Ma io personalmente non cerco la gloria piccina dell’accreditamento e non devo dare il permesso a nessuno.
Tuttavia, quello che viene mostrato di questi materiali meriterebbe un ragionamento da affrontare con il visitatore: se si dà spazio agli estratti dei filmati realizzati da Renato Losi, bisogna spiegare di che cosa si tratta, perché quelle immagini sono state realizzate e da dove provengono.
Però questo significherebbe anche ammettere serenamente che oggi vengono offerti al visitatore grazie anche all’impegno altrui, perché altre persone, in altri momenti, in altre modalità hanno inteso dare il proprio contributo alla memoria della nostra comunità, generando un lavoro di valore culturale, provvisto di una sua dignità ed una sua qualità.
Se qualcuno mi vuole rispondere che oggi lo si può riconoscere tranquillamente, perché allora non è stato fatto in partenza?
Perché non si è potuto collaborare lealmente e (forse) con maggior profitto?
Perché oggi resta la sensazione che il proprio lavoro sia stato saccheggiato?
Perché si deve vivere questa esperienza come un’estromissione?

Dite che sono troppo vittimista? Che racconto la storia dell’ennesimo complotto? Beh, io non l’ho mica messa in questi termini. Infatti, lo dite voi…
Concentriamoci sulle conclusioni, piuttosto, che sono sempre la parte più difficile. E la conclusione migliore, secondo me, è lasciare che ognuno di voi tiri la propria (bel paraculo!). Non vi posso regalare le mie, perché in questa vicenda ci ho già rimesso abbastanza.
Ho voluto solo concedermi l’opportunità di ragionarci sopra insieme.

Il post tappabuchi finisce qua. Finisce anche il 2013, anno su cui caliamo la saracinesca dopo che lo abbiamo difficoltosamente percorso.
Avremo comunque modo di ritrovarci, magari proprio qui.
Buone cose.

Daniele Castagnetti

Ps: in chiusura, vi segnaliamo con piacere che i nostri amici di Dittongo hanno lanciato il nuovo loro blog, uno spazio libero a cui affidare visioni, impressioni, riflessioni, evocazioni, magari frammentarie ma assolutamente mai fuori luogo.

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1 commento a 24 dicembre, ore 23:59

  • Luciano Cucchi

    “La tradizione non è la celebrazione delle ceneri ma il ravvivarne il fuoco”.
    Sono un illetterato e ho citato a memoria non ricordo chi lo scrisse, ma il bisogno di fuoco è veramente impellente.

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