Memorie non esemplari nella ''città delle persone''

Giorni fa, scrollando le pagine di Ottoperotto (la giovane web-zine curata dal Club Unesco di Reggio Emilia), ci siamo imbattuti in un’apparente buona notizia di cui è latore lo storico Massimo Storchi, responsabile del Polo Archivistico di Reggio Emilia .

Archivio Reggiane. Notizie da un salvataggio, 19 novembre 2011

Non sempre il panorama storico-culturale reggiano ci porta brutte notizie. Dalla fine del mese di agosto è in corso l’operazione di tutela e recupero dell’Archivio storico delle “Reggiane” che le intricate vicende societarie e la chiusura della fabbrica di via Agosti avevano messo fortemente a rischio.
Grazie all’impegno della Sovrintendenza archivistica, di Istoreco (gestore del Polo Archivistico) e la collaborazione del Comune di Reggio Emilia è stato possibile avviare l’intervento di salvaguardia, reso operativo dalla donazione all’amministrazione locale del patrimonio documentario da parte del comm. Luciano Fantuzzi.

Si è così provveduto al primo step dell’operazione, spostando il materiale più a rischio (quello dislocato nel cosiddetto bunker sotterraneo) in locali sicuri e adatti al suo recupero e trasferendo immediatamente al Polo Archivistico tutto il materiale relativo ai progetti aeronautici. Entro l’anno anche il materiale ancora in via Agosti, ma già in condizioni di garanzia, troverà ospitalità presso i depositi di via Dante.
In questo modo si riuscirà a garantire la sicurezza di questo fondamentale giacimento documentario e la sua futura fruibilità: grazie a risorse reperite dalla Sovrintendenza Archivistica sarà avviato, nel prossimo anno, l’intervento di catalogazione di tutto il materiale archivistico.

Un’operazione come quella in corso è soltanto la premessa (seppur indispensabile) alla futura valorizzazione dell’Archivio che, una volta catalogato, potrà essere messo a disposizione di studiosi e del pubblico solo se sarà collocato all’interno della sua sede “naturale”. È quindi auspicabile che venga avviato al più presto un percorso progettuale che punti alla realizzazione di un luogo di “memoria” della città proprio all’interno dello spazio storico delle “Reggiane”, una sorta di Museo della Città capace di rappresentare, attraverso l’utilizzo delle fonti documentarie e in dialogo proprio con il futuro Tecnopolo, tutto il percorso storico del nostro territorio nel Novecento.

Massimo Storchi

Un happy ending dunque? Beh, bisogna sforzarsi molto per intravederlo.
Rileggendo queste righe, ci si accorge che manca qualcosa.
Manca tutto quello che in questi anni si è mosso nella stessa direzione, pur fuori dal circuito delle “concessionarie” e dai percorsi istituzionalmente tutelati. Mentre all’interno di questi ambiti si è assistito più che altro a fare bottino (anche spartendosi le carcasse), all’esterno si lavorava con genuino impegno in realtà assai meno caviar ma decisamente lontane da logiche speculative.
Logiche che tra l’altro non è difficile rintracciare rileggendo meglio tra le righe, là dove emerge la volontà di appuntarsi meriti per riscuotere crediti.
Il tutto sorvolando su una assai più prosaica verità: e cioè che i “reperti” al momento non sono affatto diretti al Polo di via Dante, bensì stanno raggiungendo inscatolati l’Archivio comunale della Bazzarola, dove sono stati forzatamente “parcheggiati”.

In questa continua mistificazione mediatica, le Istituzioni pretenderebbero di rappresentare la comunità. Ma non possono farlo raccontando solo quello che fa loro comodo.
Non possono farlo se della comunità ignorano e rimuovono le espressioni socialmente e culturalmente rilevanti (specie se piccole, specie se afferenti a presunti “sottoboschi”, specie se autorganizzate) che già costituiscono un diffuso patrimonio cognitivo, di senso comune e di partecipazione.
E’ chiaro che in questo modo risulta abbastanza semplice imporre “verità” e diffondere apparenze di efficienza ed esecutività di facile consumo.
Tuttavia, ci si può ben rendere conto di quanto sia dannoso questo approccio acritico e di quanto tenda a sperperare il patrimonio identitario e memoriale della città.
Cosa che dimostra la seconda vicenda che vi raccontiamo.

Ferrovie Emilia-Romagna ha preso la decisione di demolire – oseremmo dire quasi di nascosto – le due carrozze a carrelli del 1910 e la littorina del 1936, tutti rotabili storici usciti dalle “Reggiane”, parcheggiati da tempo presso l’area ex “Gallinari” di via Talami.
Particolare non di poco conto, il materiale distrutto non era di sua proprietà.
Lo veniamo a sapere (un po’ sottovoce) dal Sodalizio Amici Ferrovie Reggio Emilia, un’associazione di privati appassionati di tecnologia del trasporto ferroviario con cui abbiamo negli anni intrecciato esperienze comuni.
Il loro commento è che si tratti di «Un’ulteriore conferma di come a Reggio sia impossibile si possa ipotizzare un discorso di conservazione di quanto riguarda la storia della tecnica e del lavoro. Nonostante le sollecitazioni degli ultimi vent’anni, nessuno dei pubblici amministratori ha preso ufficialmente una posizione in merito: anche se nei proclami degli Stati Generali sull’area “Reggiane” si parlava di una conservazione della memoria, nei fatti, questo è stato completamente dimenticato».

Già qualche tempo fa il Safre si era mobilitato a tutela dei due “reperti” ferroviari, la cui proprietà era stata rilevata proprio dal sodalizio per salvarli dalla demolizione.
Questo che riportiamo qui sotto è il testo di una e-mail inviata direttamente alla dirigenza delle Ferrovie regionali per ottenere spiegazioni e chiarimenti.

Gent.mi,
vi scrivo in merito alla demolizione delle carrozze a carrelli ex Act n. 319 e 320, ricoverate al coperto presso un capannone dismesso dell’area ex “Gallinari” di via Talami.
Volevo comunicarvi che queste carrozze erano di proprietà del sottoscritto, che le aveva acquistate per conto del Safre, dal demolitore Severi di Mancasale nel 1990 (vedi ricevuta allegata a firma del sig. Severi Bruno).
Peraltro, che non fossero più di proprietà Act/Fer, era già stato comunicato a voce in diverse occasioni.
Queste carrozze erano state precedentemente alienate da Act e avevamo ritenuto di acquistarle come bene storico culturale (sono state costruite nel 1910 dalle Officine “Reggiane”) per auspicabili esposizioni museali.

Sappiamo bene come in un paese di scarso livello culturale, come quello dove abbiamo la (s)ventura di vivere, certe cose risultano oltremodo difficili ma ci auguravamo di poter realizzare qualcosa di positivo in futuro, anche in relazione al fatto che la sensibilità per la nostra storia recente è sicuramente in aumento rispetto al passato.


Le carrozze si trovavano in quei locali grazie ad accordi presi prima col sig Gallinari e, successivamente alla vendita dell’area, con i direttori Act degli anni passati e mai formalmente disdetti.

Spiace molto, anche per i rapporti di collaborazione che abbiamo sempre avuto con Act prima e Fer poi, che nessuno si sia preoccupato di avvisarci in relazione alla necessità di rimuovere i rotabili in oggetto e/o di intraprendere altre azioni di conservazione e tutela che si potevano valutare se fosse stato possibile parlarne prima.

Ricordo peraltro che i mezzi di trasporto di età superiore a 75 anni sono tutelati dalla legge, e precisamente, ai sensi degli artt. 10,11,12 e 13 Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, recante il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, integrato dal Decreto Legislativo 26 marzo 2008, n. 62, con particolare riguardo all’art. 2 lettera a) punto 3.

A questa categoria apparteneva anche l’automotrice Man-Reggiane Aln 9002 del 1936, prima automotrice diesel costruita dalle Officine “Reggiane”.

Mi pare evidente la necessità di ricercare i responsabili di questa operazione per un colloquio ufficiale al fine di valutare l’eventualità di un risarcimento del danno, possibilmente in modo bonario.

Confidando nella Vostra collaborazione, vi saluto cordialmente.

Alberto Sgarbi

Ps: allo scempio sono sopravvissuti altri due mezzi di nostra proprietà. Si tratta del carro gru del 1886 (il più antico rotabile delle ferrovie reggiane) e un carro pianale a sponde basse.
Per questi vi allego la fattura Act comprovante la ns. proprietà

Cordialità ed educazione per affrontare le conseguenze di un’azione da blitzkrieg. Anzi da delitto perfetto, perchè consumata senza fare troppo rumore.
La costernazione è motivata soprattutto dal constatare come sia continuo ed inarrestabile l’esercizio dell’arroganza.
Questa vicenda cade appena dopo quella delle “Reggiane” (ma sarebbe lo stesso se citassimo la Nave o tanti altri episodi distruttivi e documentabili), con i pochi oggetti salvati, la vicenda kafkiana delle carte d’archivio, l’ultimo soccorso in extremis verso il quale ribadiamo le nostre riserve.
Tante e diverse situazioni da cui escono a testa alta i “volontari della memoria” disposti a rimboccarsi le maniche. Ma sempre e solo loro.

L’arroganza dei “ponti di comando” – che deriva da qualcosa più in là dell’indifferenza, probabilmente dall’intimo disprezzo per tutto ciò che è memoria del lavoro operaio – vuole una “città delle persone” teleguidata dall’alto, dove le reti associative vanno bene nella misura in cui fanno riferimento a qualche cordata di prossimità, a soggetti embedded, fedeli ed affiliati.
Una città fatta non tanto di culture collettive portatrici di bisogni riconoscibili (popolari e non, perché in questa miscela si fa e rigenera la città), bensì di rivendibili storie di “reggiani esemplari”.
Noi (che non siamo evidentemente esemplari) andiamo bene fin quando confermiamo che questo è il migliore dei mondi possibili, mentre diventiamo “rompiscatole” ogni volta che ci proponiamo come soggetti, quando cioè domandiamo riconoscimento.
Vorremmo dire anche rispetto: quello che non c’è mai stato verso la cosiddetta Area Nord.
Non a caso viene chiamata così dal “ponte di comando”: deve entrare nell’immaginario comune come se fosse un Lebensraum da ricolonizzare a piacere, mentre per noi, che abbiamo rispetto per le storie e le culture di tutti, è fatta di luoghi e di nomi che sono inalienabili, generati da chi ci ha abitato e tuttora ci abita e lavora.

I “reperti” da salvare rappresentano altrettante, preziosissime testimonianze del lavoro operaio e industriale. Non si tratta di metterle in qualche angolo “esemplare” della città, ma di assumerle come la nostra memoria collettiva e farle agire poi da coscienza critica nella vita di tutta la città.
Purtroppo, però, prevale la tendenza ad interpretare le “eccellenze” e a disegnare meravigliosi tecnopoli, mentre si mostra incuria delle cose presenti. Allora il parallelo è immediato: la città del Novecento è percepita come una roba vecchia, inutilizzabile e persino ingombrante, così come negletti sono i suoi quartieri operai e industriali; allo stesso modo sono ingombranti il patrimonio memoriale e la sua propulsività critica, entrambi elementi di cui disfarsi, da rottamare, da demolire.

La riflessione è dolorosa e domanda molta lucidità per capire che cosa si possa ancora dire e fare. Noi abbiamo la presunzione di testimoniare la causa giusta, ma qui non c’è più tolleranza per un lavoro così ereticale.
Un gesto di estrema indignazione (consapevoli di contribuire all’inflazione del termine) è chiedere che di quanto è successo qualcuno risponda e si assuma la responsabilità legale e politica: Fer che ha provveduto al lavoro sporco, ma anche l’Amministrazione comunale (che, paradossalmente, elabora in quello stesso ambito progetti come il Parco storico ferroviario!).
Non vediamo altra strada, se vogliamo salvare qualcosa della nostra città, che intraprendere la strada di una ferma, lucida e serena testimonianza civile.

Breaking news
Proprio mentre scrivevamo questo post, ci è stata inoltrata la risposta delle Ferrovie regionali al messaggio di Safre.

A seguito di visita ispettiva congiunta di Ausl-Servizio Igiene Pubblica (dott. Sghedoni) ed Arpa (dott.ssa Cammellini) e della conseguente Notifica Ordinanza Sindacale n.9549 del 20.10.2011 circa la denuncia di un generale stato di degrado in cui versava l’area verde ex Gallinari ed i relativi capannoni pericolanti abbiamo dovuto procedere con somma urgenza ad una serie di interventi, non ancora ultimati, di pulizia, rimozione rifiuti, riordino materiali, sfalcio erba, taglio alberature,…tutte prescrizioni imposte dagli Enti di cui sopra.

Nella successiva visita ispettiva di lunedì 21 u.s., a seguito della quale abbiamo dovuto celermente richiedere proroga di ulteriori 15 gg per dar corso all’ultimazione dei lavori, Ausl ed Arpa ci hanno chiesto altresì di mettere in sicurezza mediante recinzioni perimetrali e cartellonistica “edificio pericolante” il capannone dismesso all’interno del quale era presente un’assoluta situazione di scempio costituita, tra le altre cose, dalle 2 due carrozze a carrelli in questione, ormai ridotte a scheletri arrugginiti all’interno delle quali ignoti avevano cosituito nel tempo vere e proprie alcove piene di escrementi, siringhe, materassi, indumenti ed altri rifiuti pericolosi e non.

Tenuto conto che detti 2 rotabili, non rientranti negli elenchi del materiale storico, oltrechè ingenerare una situazione di assoluto degrado e pericolo, erano risultati al sottoscritto ed al per.ind. Montecchi inamovibili ed assolutamente inidonei a qualunque progetto di riqualificazione per finalità storiche/amatoriali, abbiamo ravvisato l’opportunità di procedere alla relativa tempestiva demolizione, con conseguente smaltimento a norma di legge di tutto il materiale di rifiuto in esse contenuto, avvalendoci di una ditta specializzata con la quale abbiamo un contratto in essere per l’esecuzione di analoghi interventi tuttora in corso nei diversi scali Fer.

Inutile dire che ritengo di aver agito in piena buona fede poichè nulla sapevo circa le proprietà di Safre ed in merito alla quale sono a questo punto interessato ad approfondirne la questione.

Colgo l’occasione per comunicare che Arpa ed Ausl hanno ribadito che nessun materiale ferroso può restare giacente all’aperto, ancorchè sollevato dal terreno su bancali od altro supporto, se non adeguatamente coperto con teli impermeabili od altre tettoie: in particolare hanno contestato il posizionamento di un “banco di manovra” di colore bianco, pare posizionato da un associato Safre che evidentemente ha libero accesso all’area di deposito.

Credo che sia necessario quanto prima definire formalmente i rapporti tra Fer/Mafer e Safre per regolamentare le modalità di accesso ed utilizzo dell’area di via Talami, anche al fine di individuare responsabilità in merito alla gestione di materiali/attrezzature ivi giacenti/utilizzate: gli enti in questione hanno infatti confermato che in assenza di documentazione contrattuale/probatoria qualunque responsabilità concernente dette problematiche ricade interamente su Fer, quale soggetto proprietario dell’area.

Per quanto infine attiene agli altri mezzi storici di Vs. proprietà, ritenuti certamente meritevoli di una più adeguata sistemazione, vi chiedo di indicarmi tempi e modi per la loro rimozione/ricollocazione.

Saluti,

 

Pietro Pisoni

Ps: la ricollocazione riguarda anche la pesa di Scandiano che, su Vs. richiesta, avevo provveduto a salvare dall’avvenuta demolizione dell’ex Magazzino Merci occorsa già un anno fa ma che è tuttora giacente presso il ns. Capannone Manutenzione Linea all’interno di un locale destinato al ricovero attrezzi di corrente uso

Aggiornamento del 6 dicembre 2011
Della vicenda si è occupato anche il Consiglio della Circoscrizione Nordest, di cui inoltriamo un resoconto curato dal consigliere Davide Valeriani (M5s)

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