La Cooperativa era il luogo del sapere, dell’incontro...

Parole sparse sulla Cooperativa Case Popolari di Mancasale e Coviolo, in una lunga chiacchierata tra il presidente Gaetano Borciani e lo storico Antonio Canovi

Antonio – Ho un’immagine che mi è rimasta dentro dallo scorso 24 aprile: l’incrocio tra via Selo e via Candelù affollato di persone, per l’inaugurazione della nuova stele che “racconta” il primo centenario della Cooperativa e ricorda il sacrificio del giovanissimo partigiano Eimo Ferrari

Gaetano – Da quando è nata l’idea di fare il libro per i cento anni c’è stato un fervore nuovo e anche in parte inaspettato. Da parte di soci, ma anche di amici che, pur non essendo direttamente coinvolti, mostrano una voglia di sapere e partecipare come non vedevamo da anni.
Lo si è visto il 24 aprile, con la nuova saletta civica e con la stele alla memoria, due manufatti che rimangono nel tempo.

Ci sono poi idee che riguardano il futuro della Cooperativa: fare alloggi in modo razionale, facendo in modo che rispondano alle esigenze che si sono ora, di alloggi per persone sole, che magari vivono solo una parte del proprio tempo qui in loco
Pensiamo ad appartamenti piccoli, ma con tutti i confort di cui c’è ora carenza. Pensiamo anche alla necessità di avere una foresteria per alloggiare gruppi che passano e ci interessano, con i quali intrattenere un nostro scambio.
Si tratta di favorire la mobilità, garantendo un livello di servizi ad un prezzo che non trova comparazione a Reggio. Ma l’idea più appassionante è di creare spazi collettivi, così come abbiamo cominciato a pensare con la sala civica, costruendovi attorno un discorso di sperimentazione ambientale.

Su queste basi vorremmo ora anche rivolgere un discorso all’intero mondo cooperativo, invitandolo a ripensare con occhi nuovi l’esperienza nostra della proprietà indivisa, come di una cooperazione che ha un futuro, mentre da molti anni a questa parte si è trovata emarginata.
Per la prima volta dopo tanti anni abbiamo trovato dei giovani che ci prestano attenzione, vorremmo far leva su quelle persone per far conoscere e coltivare l’idea cooperativa, per rinnovarla nella qualità. Si tratta di andare oltre la contingenza del “Mi serve un alloggio” / “Va bene…”.

Ecco il senso, per noi, come si legge nella stele, di ripartire da un personaggio come Camillo Prampolini. E’ tempo di rimboccarsi le maniche, di fare letture che possono essere anche vecchissime ma si presentano oggi sconosciute e nuovissime.

Antonio – Le parole iscritte nella stele rivendicano questo concetto: della Cooperativa come “buon luogo”, luogo, dove nascono e si riproducono buone idee, buoni progetti.

Gaetano – La Cooperativa era il luogo del sapere, dell’incontro, non soltanto per i giovani delle Case Popolari, ma del quartiere più in generale.

Il centro di aggregazione principale, fino all’avvento della televisione, fu per noi la Cooperativa, così per il gioco, per lo sport.
Qui, proprio in questo luogo, chi raccontava le proprie avventure era ascoltato. Di conseguenza la Cooperativa era un luogo dove si poteva discuter di tutto, socializzare e imparare quello che succedeva nel mondo. Giornali se ne leggevano, ma pochi; la radio, sì, qualcuno, il resto si imparava qui, almeno per noi. Per altri potevano essere le parrocchie.

Poi ci sono sempre stati coloro che gestivano il bar, scelti perché sapevano fare il mestiere, ma in un’ottica sempre politica, insomma bisognava che si sapesse che questa era una Cooperativa. Veniva chiesta questa disponibilità.
Non so, passava uno che veniva dalla Francia, che era stato rifugiato, c’era immediatamente questa disponibilità a dargli spazio, ad ascoltare le sue peripezie. Qui trovava ascolto, i vecchi che giocavano a briscola si fermavano… Si poteva, si doveva ascoltare.
I racconti di Ventotene, di quanto era successo in giro per il mondo durante il fascismo e la guerra, la mia generazione, una generazione che è cresciuta appena dopo la guerra, li ha imparati qui.

Con questo, qui passavano i buontemponi, potrei dire anche i mascalzoni, ma per dire che passava di tutto e imparavi di tutto, quello che c’era da imparare… Ognuno ne faceva poi tesoro.
E soprattutto, questo avveniva in un contesto in cui soldi non ce n’erano, allora venire in Cooperativa era come andare al cinema, alla televisione.

Qui nascevano le idee, non erano quelle che esprimono i pensatori, i professori universitari, ma sono le idee che ci sono servite per l’evoluzione della cooperativa, per come l’abbiamo sempre intesa noi: una risposta ai bisogni collettivi, cercando sempre di legare le generazioni.
E il pallino che c’era qui era quello di coinvolgere le donne, facendo in modo che fossero partecipi di qualcosa. Potevano essere anche i cappelletti, ma era comunque un modo per farle uscire di casa. Le ragazze ci raccontavano questo: la libertà sognata era quella di poter uscire dall’ufficio e fumarsi una sigaretta in via Emilia. Cosa che non si faceva, allora.
Noi come Cooperativa abbiamo puntato subito sulle donne: nel campo predisposto dietro la Cooperativa mettemmo a loro disposizione lo spazio per giocare a volley.

Con il bar della Cooperativa, allora osteria, c’è voluto un po’ più tempo, perché allora venivano solo i maschi. Le ragazze venivano invitate ad andare nei locali di sopra, sempre facendo in modo che i genitori fossero d’accordo, per seguire proprie attività. Ad esempio il corso di taglio e cucito.
Dopo, con la Festa de “l’Unità”, le ragazze partecipavano mettendo in mostra le cose che avevano realizzate. Poi facevano cantare e recitare i bambini, e venivano in questo modo costrette, tra virgolette, a spiegare in pubblico l’attività. Questo primo intervento ha riguardato le ragazze che potevano avere 17, 18 anni dopo la Liberazione.

Antonio – Ciò che ho avvertito, studiando la vostra Cooperativa, è l’esistenza vitale, non la mera sopravvivenza, di un racconto collettivo coltivato “tra le case”. La matrice sono le Case Popolari, l’interfaccia era la Cooperativa di consumo, in buona sostanza la vostra Casa del Popolo, attorno a cui sono cresciute anche le attività ricreative e sportive dei più giovani…
Il vostro è un mondo che ha saputo difendersi, ma in che modo ha poi saputo uscire dalla propria pelle e fare esperienza del mondo che andava cambiando?

Gaetano – Ti racconto una storia. Per i 90 anni di Papà Cervi organizzammo due pullman a Casa Cervi, per aver modo di parlare con lui. Andammo là con i soci storici, di una certa età, poi c’erano i soci del Circolo, che non erano tutti soci delle Case Popolari, con noi c’erano già diverse generazioni di sportivi…

Poi c’erano anche ragazzi che noi seguivamo, sia come Cooperativa che come Polisportiva: la Cooperativa metteva i locali, come al solito, la Polisportiva ci metteva dei bravi giovani per aiutare questi ragazzi, diciamo così più tribolati, a star bene dentro un ambiente di relazioni e amicizie, o anche a recuperare sulla scuola.

Bene. Lì dai Cervi era stato costruito un piccolo anfiteatro, vicino alla casa, per accogliere le visite dei tanti gruppi che passavano. E lì, a un bel momento, uno di questi ragazzi – c’erano gli orchestrali che accordavano gli strumenti – sale sul palco a dirigere, come fosse il direttore, e si mette a cantare “Bandiera rossa”! E gli orchestrali andarci dietro!
E’ stata una cosa meravigliosa, gli orchestrali che ridevano… Quel ragazzo è poi diventato uno dei nostri soci, ha scelto di abitare con noi.

Queste cose in Cooperativa sono sempre successe. Ancora prima che venissero svuotati i manicomi, noi abbiamo sempre avuto una presenza di persone che da un’altra parte sarebbero risultate strane. E non ce ne siamo mai fatti un caso, forse perché di avventure ne abbiamo combinate un bel po’: andavamo a Po a prelevare la sabbia, andavamo nei cantieri a prendere materiali…
Non erano tutte cose regolari, ma eravamo ragazzi mossi dal bisogno di costruire i nostri spazi, di fare a nostra misura la Cooperativa, e soprattutto eravamo un gruppo affiatato. Per questo abbiamo saputo integrare tanti che non erano nati tra le Case, e nemmeno ci abitavano.

La Cooperativa non è mai stata un mondo chiuso. Ad esempio, chiamava di tanto in tanto delegazioni e rappresentanze di altri paesi.
Ricordo uno scambio, ancora negli anni ’50, ero ragazzetto, con una squadra francese di bocce. Era poi una realtà come la nostra, e lì si fece una giornata dove parlarci fra noi, centri cooperativi, e una interamente dedicata alle bocce. Fu una cosa memorabile, per il numero di persone che arrivarono: non ne avevo mai viste tante in Cooperativa!
A queste cose abbiamo sempre tenuto: avere stranieri, che parlavano diverso da noi, con i quali, comunque, trovare il modo di capirsi.
Ti racconto ancora un dettaglio di quella visita. Nei campi c’era lo spazio nel quale metterci la bottiglia di vino, e se la portavano avanti e indietro per il campo. Non avevamo mai visto bere in questo modo! E in questo vedemmo una differenza chiara di risorse, tra quello che noi avevamo e quello che loro potevano spendere. Se ne è parlato per dei mesi, se non per degli anni.

La stessa cosa accadde, più avanti, siamo alla fine degli anni ’70, con la nazionale di pallavolo femminile cubana. La Polisportiva Galileo chiamò la squadra, avendo le proprie atlete che giocavano a volley, e la Cooperativa si occupò naturalmente di coprire i costi dell’ospitalità.
Fu un fatto davvero straordinario avere qui la squadra cubana: era la stessa che poi andrà a vincere i mondiali.

Erano modi, per la Cooperativa, di far conoscere il mondo a questo spicchio di città. Certo, questo avveniva mentre una parte fra i più anziani continuavano a dire, un po’ sottovoce: “Mo’ nuèter a gh’òm da fèr d’al cà” (“Ma noialtri abbiamo da fare delle case”)…

Estratto dal numero zero del bimestrale “Centoanni Indivisi”, che potete trovare di seguito in versione page flip

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