Centocinquantesima Festa dell'Unità (I)

Premessa: nelle righe che seguiranno godrò dell’impagabile e terapeutico lusso di avere accesso ad un blog per far sfiatare accumuli polemici che si sono addensati negli ultimi tempi.

Queste riflessioni fuori tempo massimo (ormai più nel caldo che a caldo) vorrebbero essere un discorso sullo stato di una Nazione appesa a un filo: probabilmente scadranno in una disordinata ed inutile esternazione di malumori tendente al collerico, quindi premetto che potete saltare questo post e leggere il successivo.

Di chi resta, a questo punto, io approfitto: sono certo che l’esercizio dell’invettiva farà senz’altro bene a me e – non lo escludo – anche a qualcuno di voi che non ha altro da fare che leggermi…

Pensavo che i miei argini tenessero meglio.
E’ vero che ci sono cose peggiori di un’alluvione di retorica, ma il 17 marzo scorsocentocinquantenario dell’Unità d’Italia – si è superato rapidamente il livello di guardia e la sbroscia ha drammaticamente tracimato. Si è reso necessario un ritiro su terre più asciutte.
Insomma, non me la sono sentita di partecipare al grande “bagno” celebrativo nazionale. Personalmente, ho ritenuto l’essere assente la soluzione meno compromettente di tutte.
Ve ne do senz’altro atto: era fortissimo il rischio di essere mescolato e confuso ad altra bizzarra umanità, che ieri non ha di certo festeggiato e celebrato, avendo collocato la propria patria morale a metà strada tra Pontida e i suoi insubrici crociati, la Val Passiria e i suoi ostinati martellatori, Seborga e i suoi principeschi minchioni.
Ma parliamoci chiaro: in fondo, l’alternativa quale sarebbe stata?

Il senso nazionale proprio non mi appartiene (e la mia fede calcistica mi è testimone) e detesto gli affollamenti in tal senso pretestuosi, dove – a disperdersi nell’abbacinante sventolìo dei Tricolori – di solito non si trova di certo compagnia migliore.
Improvvisati patriottardi indifferenti a tutto tranne che al glamour delle celebrazioni; rappresentanti (?) del popolo e delle Istituzioni (?) sempre tesi ad “impadronirsi delle migliori posizioni del presente” (Isnenghi), quindi più attenti alla resa speculativa della propria presenza che al senso (e al colore…) dei pensieri espressi; gente comune, secondo la quale se Quattrocchi sapeva morire proprio come un italiano, i Franchi, i Lorusso e i Giuliani (solo a titolo di esempio) quel giorno lì se la sono proprio cercata; Uomini Qualunque, intruppati in maggioranze silenziose, che si ostinano a vedere una terra assassinata dai giornali e dal cemento” come un cremoso Belpaese metà bottega e metà trattoria (che dovunque vai, mangi sempre bene) e maggioranze silenziose che benpensano che se botteghe e trattorie non “tirano” più è colpa del meidinciaina
Anche a concedersi il lusso di fare a fettine certa gente, c’è sempre stato poco da guadagnare (a parte il piacere di farlo) e molto da rimetterci. O almeno è quello che ho imparato dalle canzoni.

Già, le canzoni.
Quest’anno ci è toccata in sorte anche un’insidiosissima edizione del Festival (in abbonamento) della canzone nazionalpopolare: sopravvissuta al redde rationem imposto tempo fa da un insuperato manifesto di sintesi critica iperrealista e sovversiva, nemmeno sfiorata dall’appello etico sul paese reale lanciato qualche tempo dopo, l’orrenda kermesse ponentina per oltre mezzo secolo ci ha spietatamente propinato dosi sempre più letali di esaltazione dell’italiotità provinciale e strapaesana, in salsa cutugna e reitana.
Incredibilmente “bucato” un assai pertinente Gabry Ponte feat. Little Tony (ma forse questo divertissement non aderiva alla cifra stilistica del Festival), senz’altro il punto più basso lo si è raggiunto col piagnisteo vittimista degli eredi Savoia e forse anche per quello – vista l’occasione del 150° – si è tentato uno scatto verso una proposta che fosse qualitativamente all’altezza della ricorrenza.
Può anche darsi che ci siano riusciti: in tal caso renderemo tutti grazie al potere della cifra tonda, se per una volta non ha vinto un Amico di Maria ed è andata in onda per sbaglio una gag su testi di Antonio Gramsci.

Certo che il patriottismo tassativo dell’unica vera istituzione nazionale (mamma-Rai – e non a caso la chiamano così – e il suo baraccone canoro) ha comunque preteso un tributo sanguinoso.
Il rassicurante e familiare hosting dell’eterno-ragazzo-degli-anni-sessanta – immutabile ed estremo vestigium dell’ultima (vera o presunta) nostrana Età dell’oro – non ha voluto dare scossoni ad un pubblico facilmente impressionabile (specie in quella sede), attingendo alla proverbiale simpatia e arguzia dei comici toscani.
Aggiungendo rassicurazione a rassicurazione, ecco quindi comparire il proverbialmente simpatico, arguto e toscano Roberto Benigni: l’ormai fu-Cioni ha magicamente animato il cavallo di viale Mazzini, vi ha fatto ingresso nell’Ariston e ha officiato la Quaresima catodica con un crescendo teatrale tra il serio e il faceto, fino all’aulica esegesi della marcetta di Novaro-Mameli (ma ho il sospetto che pure Mogol ci abbia messo lo zampino), dal titolo “Il Canto degli Italiani”.
Un disordinato tentativo di nobilitare un anthem che ha più del canto scout che dell’inno, il cui inciso da filastrocca poropò-poropò-poropoppopoppopò è assai meno solenne della graziosa ballad da cellulare in cui Zidane e Materazzi si disputano (curioso che l’eterna disfida se la giochino un campione di arcitalianità – benchè odiatissimo dai contradaioli rivali – e il beur assimilato assurto ad eroe nazionale all’Arco di Trionfo) la Gioconda e che fa rimpiangere che “Povera patria” di Franco Battiato non l’abbia mai soppiantato per decreto quirinalizio.

Orgoglio nazionale maldestramente rispolverato (spesso a copertura di piaghe e magagne ataviche) e autocelebrazione sguaiata e ciabattara. Ma è proprio questo ciò di cui avevamo bisogno per riflettere su noi stessi, a 150 anni ab natione condita?

(continua)

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