Centocinquantesima Festa dell'Unità (II)

(segue)

Tentando di passare a toni più seriosi: la sensazione percepita da subito (e che, nel tempo, non ha mai abbandonato chi scrive) è che il Centocinquantenario sia nato come fiera mediatica e culturale, come implacabile, pestilenziale susseguirsi di grandi eventi, come marketing esasperato della storia, della coscienza, della simbologia nazionale. Col risultato di scadere in un’inutile “baracconata” speculativa, sgocciolando mestamente in un’occasione mancata.

Per timore di passare per provinciali, di non “essere in tempo sulle cose”, abbiamo sprecato tempo e risorse a rivestire di glamour, tendenza e modernità una celebrazione nata già vecchia e inutile.
Abbiamo finito per baloccarci con insulsi gadgets celebrativi e in questo campo non ci siamo fatti mancare nulla.
Segnalo, infatti, la App “tricolore”, con cui Reggio ha squittito dalla lontana periferia: “Ehi, c’ero anch’io!”.
Poi vorrei ma non posso sorvolare sulla triste vicenda del videogame celebrativo “Gioventù Ribelle”, fortemente voluto dal Ministro alla Primavera-di-Bellezza Giorgia Meloni in piena ubriacatura di giovinezzismo.

Una digressione su questa nuova-vecchia enfasi retorica sulla gioventù.
Politicamente parlando, si tratta di un meccanismo geniale: produrre immaginario di “movimento” e anticonformista raccoglie consenso tra 18enni che credono così di arruolarsi per una lotta ideale a fianco di Atreju o Capitan Harlock, poi naturalmente ci si guarda bene dall’intaccare il sistema clientelare, notabilare e gerontocratico che agli stessi giovini incula lavoro e sicurezza sociale.

Una volta affranti dalla delusione e dalla crisi, i ragazzotti diventano ultras o eversori: si menano come fabbri nelle dirette televisive dei posticipi di campionato e si cuccano la repressione poliziesca, giustificata dall’emergenza, dallo “stupido pietismo per il Carabiniere” e dalla necessità del pugno di ferro contro i delinquenti. Il tutto tra gli applausi sinceri dei telespettatori, il che significa altro consenso per il Potere.
Segue la rottamazione e fine del ciclo sociale: nel frattempo almeno 10-15 anni di governo te li sei fatti, hai un’altra infornata di 18enni da cannibalizzare, mentre quelli ormai cresciuti sono dei reietti, a margine, senza voce, fuori dal ciclo.

Torniamo al videogame: presentato in fretta e furia benché (a dir poco) approssimativo e raffazzonato, in seguito ritirato (a soli otto giorni dal debutto) perché sommerso dalle critiche e stroncato dalle varie web-communities di appassionati.

In compenso, non abbiamo trovato un minuto per chiederci in che Paese abitiamo, non abbiamo saputo e voluto parlare di cosa siamo, della complessità di ciò che siamo stati e di ciò che siamo diventati. Anche a rischio di impelagarsi in un impervio rovello solitario, non ci avrebbe fatto male tentare di capire noi stessi, di affrontare questa complessità.
Insisto tanto sulla complessità perchè è un concetto-chiave, forse l’unica categoria analitica capace di descrivere la nostra esperienza etnica, storica e culturale.

L’Italia non è mosaico e nemmeno melting-pot. Giovanni De Luna lo ha definito “un intreccio tra isole di benessere e oceani di povertà a cui corrispondeva un caleidoscopio di culture, dialetti, identità separate”.
Potendo minor eleganza lessicale, potrei provare a descriverla come: una nazione a debolissima identità e statualità, praticamente triturata da mezzo secolo di sovranità limitata e democrazia bloccata; un Paese (non me ne voglia il sempre divertente Buttafuoco, ma questa è la dimensione semantica e socioantropologica che più ci si confà) immobile e perseverante nella sua atavica ed improduttiva frantumazione; una comunità irrimediabilmente divisa per storia e memoria; uno Stato suddito di ogni consorteria possibile, più laido che laico, anzi guelfo, baciapile e prono di fronte ad un potere temporale quasi sciamanico; un sistema condannato a prospettive di impoliticità (cioè all’incapacità di decidere e gestire secondo regole razionali e condivise) e a orizzonti geostrategici incerti – tra ambizioni europee e il molto meno aulico ruolo di culo sporco dell’Occidente, spesso alle prese con la fastidiosa ragade di un assai inquieto mondo mediterraneo.
Insomma, quasi meno di un’“espressione geografica”.

Allo scoccare dei 150 anni dall’unità politica, avremmo quindi dovuto porci già alcune domande.
Esiste ancora la possibilità di riqualificare questa comunità nazionale, lo Stato che la esprime e noi come suoi cittadini, attraverso un (nuovo) patto sociale alla cui base stiano i beni comuni, gli spazi collettivi, i diritti e i doveri legati all’essere società di eguali (davanti alla legge) e solidali?
E’ praticabile una rifondazione del concetto di cittadinanza italiana, intesa come dimensione sociale aperta (a prescindere dal Blut und Boden) a chi si vuole riconoscere e quindi “federarsi” (e non assimilarsi) nei suoi principi sociali ed istituzionali? E’ possibile basarla su una cultura del diritto che sintetizzi la (apparentemente antitetica) pluralità delle culture che la generano e sappia interpretare le evoluzioni del senso comune in un dato momento storico?

Probabilmente si tratta di domande dalla risposta impossibile per chi – come noi – è un microcosmo in crisi permanente, una civiltà che il suo meglio pare averlo dato un mezzo migliaio (no, dico, mezzo migliaio…) di anni or sono.
Digressione: l’apogeo è stato toccato quando – citando Giordano Bruno Guerri“la società aveva bisogno di risposte energiche e precise che la democrazia comunale, avvelenata da continue risse tra mercanti, artigiani, industriali, banchieri non riusciva più a dare”. Insomma, è la ricorrente italica (qualcuno potrebbe chiamarlo “autobiografia di una nazione”) astinenza da poteri forti celati dietro evasioni estetizzanti a tentato rimedio della cancrena: ad essere fortunati si inciampa nell’arte rinascimentale, se va un po’ meno bene nello squadrismo.
Tornando a noi: il meglio di cui siamo capaci oggi non sono certo una forte coscienza civica e una sedimentata consapevolezza culturale, ma qualche icona per uno spot della Fiat (che andrebbe denunciata per appropriazione indebita).

Questo accade perché le strutture (nazione, comunità, Stato, sistema che poc’anzi citavo) sono affette dalla stessa patologia cronica del brodo di coltura (la collettività etno-culturale) da cui sono emerse.
La nostra storia (quella evenemenziale e quella politica) ha espresso e continua ad esprimere ciò che siamo: cioè, Italiani. Nel senso deteriore del termine e fino in fondo. Purtroppo, più che per fortuna.
E non assomigliamo proprio più ad un “volgo disperso” che “repente si desta”.
Ed anzi accade ciò che liriche visionarie hanno da tempo preconizzato: il “silenzioso, doloroso e patetico colpo di Stato avvenuto intorno a noi senza che ci accorgessimo di nulla, della vittoria silenziosa e definitiva della stupidità e della mancanza di morale sopra ogni altra cosa” (Mauro Pagani).
E nemmeno un “cuore d’Italia / da Palermo ad Aosta / si gonfiava in un coro / di vibrante protesta”.
Frinire di cicale.

(continua)

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