Notizie di mezza estate

Una barchetta di fogli di giornale per provare a galleggiare un po’ sull’aria afosa e liquefatta che ci tormenta.

Se non vi va di veleggiare, disfate pure la barca, distendete la carta e aggiungete alle vostre pigre letture estive i due articoli che ci troverete stampati.

Li abbiamo furtivamente ritagliati dal giornale del bar sotto casa ed incollati qui, apposta per voi.

Lesioni emiliane
di Giovanni Iozzoli *
(Il Manifesto, 14 luglio 2012)

Il sisma nella piccola Bassa sta distruggendo il modello emiliano di welfare e integrazione, così come quello in Irpinia segnò a colpi di cemento e malaffare la cancellazione definitiva dell’economia rurale

In uno dei sette cieli, lassù, da qualche parte, deve essere all’opera il dio (maligno) della modernizzazione capitalistica. Svolge la sua funzione con spietata puntualità: quando certi territori si mostrano lenti e reticenti ad andare nella giusta direzione, la divinità ti manda una bella catastrofe localizzata, che spinge quei luoghi verso una evoluzione coatta, violenta, senza vie d’uscita.
È una storia che vedemmo all’opera trent’anni fa, giù a Sud: il terremoto fu il detonatore di una cattiva modernità, in cui le vecchie forme di esistenza, riproduzione, comunità, finirono cancellate in un un minuto e trenta secondi, circa. Certo, la antica economia appenninica, rurale e pastorale, era già in grave crisi; le popolazioni dissanguate dall’emigrazione; l’industria un treno perso prima ancora di arrivare; e Leonardo Sciascia aveva ragione quando polemizzava con la retorica dei “paesi presepe”.

Però il vecchio piccolo Appennino meridionale manifestava ancora una certa riottosità alle grandi trasformazioni che premevano alle porte della storia. E allora ecco la funzione levatrice della catastrofe: tutto quello che c’era prima – i vecchi assetti e le preesistenti forme di riproduzione – finiscono polverizzate, insieme alle velleità di scelta degli uomini.
Nel contesto specifico di 30 anni fa, la modernità si presentò come una slavina di calcestruzzo impastato a eroina, televisioni, munnezza, clientela, piombo e inconsapevolezza di massa.

Oggi, nella piccola Bassa, sto vedendo all’opera la stessa divinità implacabile.
Anche qui, tutti i processi di crisi erano già da tempo impiantati dentro al corpaccione sociale – e un intero modello storico sembrava vacillare per lenta erosione interna. Eppure i territori resistevano, la gente, caparbia, continuava per la sua strada, i circuiti produttivi pompavano un valore (via via decrescente) ma ancora solido, mentre gli ammortizzatori puntellavano la rinomata “coesione sociale”.

Ecco allora la botta – la botta modenese, bassaiola, improvvisa, beffarda, che sa di cappelletti, tortellini, capannoni-Lego e carte antisimiche non aggiornate.
È una catarsi chirurgica. Quello che c’era prima non vale più: la storia, quando va di fretta, non ha tempo per i gradualismi; ti dà un calcio e ti proietta nel mondo nuovo – generalmente più grande e più freddo di quello che hai lasciato. E allora addio al modello emiliano, perché adesso puntelli e putrelle non basteranno più a tenerne in piedi neanche la facciata.

Ma cos’era poi ‘sto famoso modello emiliano?
Mica facile, a spiegarlo. Eppure tutti qui lo conoscevano e in qualche modo ne partecipavano.
Era un insieme di prassi, di strutture, di istituzioni: ma soprattutto era uno spirito, qualcosa che la gente respirava fin da bambini – e se anche venivi da fuori, imparavi a percepirlo lo stesso, a naso, e un po’ ti fidavi.

Il modello emiliano era l’intelligenza e i saperi operai, che nel dopoguerra si condensavano nell’esperienza dei Villaggi Artigiani – sotto la tutela di Municipi illuminati e di Casse di risparmio e banche del territorio.
Il modello emiliano erano i mitici Distretti, che (anche con tanta ideologia) provavano a resistere alla deindustrializzazione crescente degli anni 80/90.
Il modello emiliano erano le multinazionali che venivano a impiantarsi dentro territori ordinati, mercati ricchi e bacini di mano d’opera ad alta professionalità.
Ma soprattutto (lo dico da immigrato di ultima generazione), il modello emiliano era un formidabile meccanismo di integrazione sociale: le braccia e le intelligenze, locali e importate, stavano tutte dentro lo stesso mercato del lavoro, regolato, orizzontale, con qualifiche e redditi diversi (certo, mica il socialismo) ma dando a tutti l’idea di stare dentro un medesimo Patto Sociale, benedetto da Santa Contrattazione, in cui si giocava pulito e con qualche margine di movimento.
A latere un welfare locale che sosteneva fortemente il salario. E alle spalle un sistema formativo efficace che assicurava la mobilità verso l’alto dei figli del lavoro salariato.
Il modello emiliano esibiva così una onnipervadente capacità di volgere il conflitto reale (e addirittura quello potenziale) in partecipazione democratica – attraverso un florilegio di istituti che servivano a integrare i bisogni e le soggettività dentro il Patto Sociale, per fare in modo che nessuno si sentisse fuori, che tutti covassero qualche legittima aspettativa, che le spinte centrifughe risultassero sempre minoritarie.
Una macchina efficacissima che cementava un largo blocco sociale, all’ombra – un po’ fasulla, scenografica – del mito della classe operaia come classe generale e del suo Partito.

Tutto questo aveva già smesso di funzionare da tempo, quando il 20 maggio del 2012 fummo svegliati, alle 4:30, dalla prima di una serie interminabili di scosse.
Le multinazionali, svizzere, tedesche, americane, non hanno più grandi attrative per questi territori – essendo mutato completamente lo scenario della guerra economica globale (al massimo puoi svendere i pezzi migliori – vedi la Ducati all’Audi – ma senza aspettarti che qualcuno venga a portarti capitali per la tua bella fama).
I Distretti avevano conosciuto la faccia dolce della globalizzazione e adesso assaggiano quella amara – perché la competizione è un gioco che prevede solo vincitori a tempo determinato.

E l’integrazione – questo pilastro delle buone coscienze democratiche e progressive – è da tempo un meccanismo scassato che gira a vuoto.
Le nuove leve che si affacciavano sul mercato del lavoro, fin dalla metà degli anni ’90, trovavano salari sempre più compressi e un welfare in ritirata; fino alla creazione di un segmento di classe operaia (via via in aumento) schiacciato ai margini della miseria, privo di professionalità, di ogni elemento di conoscenza o di controllo del ciclo produttivo,sconnesso dalla vita sociale e civile del territorio, in aziende sempre più piccole e filiere sempre più corte.
Cosa vuoi integrare se non arrivi a fine mese? E che tu venga da Catanzaro o da Karachi, che tipo di cittadinanza puoi esercitare, nella condizione di indigenza materiale in cui sprofondi, dentro la svalorizzazione cronica del tuo lavoro, nella mancanza di rappresentanza (e di rappresentazione) della tua figura sociale?

Le tendopoli dicono tutto, perché il terremoto, come in un laboratorio, spariglia e riproduce in forme nuove i reali rapporti di forza tra le classi…
Le tendopoli sono il refugium peccatorum delle anime che non ce l’hanno fatta. Sono gli anziani deboli, traditi dall’assottigliamento del welfare; sono operai multietnici sbandati e muti; sono autoctoni troppo fragili (perché già alle prese con anni di cassa integrazione) per potersi permettere alternative dignitose all’accampamento.
E infatti le tendopoli hanno subito (con qualche resistenza, dove c’era qualche delegato Fiom tra gli attendati) il processo di recinzione e messa sotto tutela già visto all’Aquila. Vi copriamo, vi diamo da mangiare, vi vestiamo: ma tacete e state buoni, perché siete soggetti deboli, a rischio e nessuno vi rappresenta (anche il sindacato residua un ruolo notarile, buono solo a firmare gli accordi di cassa…).

Come si governava, invece, il modello emiliano, ai tempi buoni? Semplice: produzione di istituzioni a mezzo di istituzioni.
Consigli, tavoli pattizi, comitati di quartiere, di condominio, di distretto; ed Rsu, coordinamenti utenti e comitati paritetici, e chi più ne ha più ne metta. Una diffusione orizzontale delle forme di partecipazione, che non scalfiva la Governance ma la legittimava su basi di massa.
Il Partitone, da queste parti, se a suo tempo avesse dovuto affrontare una simile emergenza, avrebbe creato come prima cosa i “consigli di gestione” della Tendopoli. Oggi, invece, mettono in un recinto, ad aspettare che qualche autorità decida cosa sarà di te, della tua comunità, del tuo paese.

Un paio di giorni fa, a Modena, i vigili sono andati a sgomberare le ultime tendopoli improvvisate che resistevano da più di un mese in mezzo ai parchi cittadini. Non si tratta propriamente di terremotati. Non hanno case inagibili. Sono solo poveracci che abitano in tuguri vecchi, angusti, soffocanti – spesso ai piani alti. Hanno paura a tornare a casa. Sono in massima parte famiglie ghanesi, nigeriane, senegalesi.
Per loro il terremoto è stato anche il tentativo di uscire da una quotidianità opprimente come le loro stamberghe.
I bambini l’avranno vissuta come la prime vera vacanza della loro vita – gli adulti come la ricostruzione fittizia e precaria di una vita comunitaria. Ma la festa è finita, si torna “dentro” – dentro le case, dentro la faticosa quotidianeità del modello emiliano. Ignorano di vivere in qualche modo un passaggio storico, di essere i testimoni diretti della fine di un ciclo nobile. Forse si ricorderanno del sisma come di una specie di occasione mancata in cui hanno sperato di poter capovolgere le vite segnate da una totale, definitiva condizione di non integrazione.

Intanto, a più di un mese di distanza, la terra continua a tremare ogni giorno. E più noi ci ostiniamo a celebrare la “ripresa” e inseguire una impossibile continuità, più le scosse insistono, come spasmi, come i brividi prima di una febbre lunga e delirante.

Trent’anni fa io e tanti ragazzini campani pensammo che il terremoto avrebbe potuto rovesciare il suo segno di maledizione storica, e volgersi in occasione di sviluppo, di riscatto. Uscire dalle secche dell’arretratezza, entrare nell’età dell’oro dello sviluppo – e vuoi vedere che ci scappa anche una rivoluzioncella, tra le baraccapoli metropolitane e i paesini scassati?
Naturalmente non vedemmo né soviet né elettrificazione. Non ci fu nessuna rivoluzione – o meglio, ce ne furono migliaia, ma quasi tutte in direzione opposta all’equità, all’emancipazione, tutte consumate nella sfera dei destini individuali e del familismo più becero.

Mi chiedo cosa si aspettano i ragazzi della Bassa oggi, loro che vivevano in comunità dignitose e protettive e adesso allungano lo sguardo sui capannoni crollati e i campi profughi?
Li spio, mentre guardano le transenne di Cavezzo o di Mirandola, e non ne indovino il tono dei pensieri. Di sicuro non si augurano improbabili Rivoluzioni. Aspettano che passi il tremolio, che riaprano le Polisportive e ricomincino i tornei.

C’è da riassorbire 15.000 disoccupati; c’è da traslocare capannoni, spostare torni e seghe, installare carri-ponte; c’è da recuperare il parmigiano.
C’è da inventarsi un nuovo modo di stare al mondo.

* Terremotato dell’Irpinia, operaio metalmeccanico a Modena, autore del libro “I terremotati” (Manifestolibri)

Silenzio di Stato
di Alessandro Portelli
(Il Manifesto, 17 luglio 2012)

Un pomeriggio pochi giorni fa ero nella sala dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi. Stavamo continuando una lunga intervista con Mario Fiorentini, matematico di fama mondiale e protagonista della Resistenza romana.
Il racconto si dipanava, digressivo e articolato come quelli di chi ha tanto da raccontare e sente di avere poco tempo per farlo. C’erano i ricercatori e i tecnici dell’Istituto, i microfoni per registrare, un paio di amici venuti a sentire.
La registrazione era destinata ad aggiungersi all’incredibile patrimonio di voci e ai circa 500.000 documenti che l’Istituto ha accumulato e reso disponibile dal tempo della sua fondazione negli anni ’20 come Discoteca di Stato.

Tutto questo però è come se non fosse mai avvenuto. Infatti quella stessa mattina, nell’ambito della cosiddetta spending review (vuol dire, banalmente, “esame della spesa”; ma in inglese fa tutt’altro effetto) era stata annunciata la soppressione dell’Istituto, senza che nessuno ne fosse stato informato o consultato, senza nessuna verifica della sua utilità e funzionamento, e senza darne nessuna motivazione.

In un comunicato dei lavoratori dell’Istituto ci si chiede come mai si scelga di sopprimere “un Istituto storico, unico nel nostro paese, che non ha auto blu, non effettua alcuno spreco di denaro pubblico, con un budget ridotto a livelli di sussistenza”, e che per di più è titolare del diritto di deposito legale di tutte le pubblicazioni sonore e audiovisive (come dire, l’equivalente in questo campo della Biblioteca Nazionale).

La politica del “governo tecnico” nei confronti della cultura – scuola, università, istituti di ricerca (come l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) – mi ha convinto di una cosa: un tecnico non è necessariamente una persona colta.
Un tecnico è in grado di eseguire una serie di operazioni settoriali in un settore ben definito, ma non è tenuto a capire niente di quello che si muove al di fuori del suo territorio e tanto meno ad avere immaginazione e visione. E siccome l’unico settore che conta e l’unico in cui dichiarino di avere competenza è quello dell’economia di mercato e finanziaria, ecco che si avvera il motto attribuito a Tremonti: con la cultura non si mangia.
Che volete che ne importi a Moody’s o ai mitici “mercati” del nostro più grande patrimonio sonoro e audiovisivo, della nostra memoria in immagini e suoni?

Il modo frettoloso e irrituale in cui è stata presa e annunciata la decisione di sopprimere una realtà cruciale per la nostra memoria storica e culturale dà l’idea di una straordinaria superficialità.
Ma d’altra parte il disprezzo per la cultura e per la ricerca, la convinzione della loro irrilevanza, si armonizzano bene con una prospettiva di declassamento del nostro paese ben più pesante di quello di Moody’s: un paese di seconda categoria, senza passato e senza futuro.
Ma con licenziamenti facili e novanta cacciabombadieri.

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