Materiali per il convegno

In questa pagina sono presenti alcune note relative ai relatori partecipanti al convegno e al progetto L’Emilia nel cuore dell’Europa, accompagnate da un breve abstract del loro intervento.

Antonio Canovi
Laboratorio Geostorico Tempo Presente – Reggio Emilia

Partire dall’Emilia-Romagna. Storie, itinerari, approdi

Terminata la guerra, un flusso importante di uomini prende la via delle miniere. Il Belgio, cui erano approdati negli anni ’20 e ’30 soprattutto militanti antifascisti, diviene ora una meta altrettanto importante della Francia, il tradizionale approdo degli emiliano-romagnoli in Europa.
Il contesto macrostorico in cui s’inscrive tale movimento è stato ampiamente descritto dalla letteratura in argomento: sono gli “anni del carbone”, compresi idealmente tra il primo accordo governativo italo-belga (1946) e la “catastrophe”, secondo la terminologia niente affatto neutrale adottata all’epoca in Belgio, di Marcinelle (1956).
Nello spazio di un decennio sembra spezzarsi il sogno proletario di un lavoro duro ma ben pagato. Ma in Belgio si continua ad arrivare anche dopo la sospensione ufficiale dell’ignominiosa compravendita passata alla storia con la formula di “uomini contro carbone”. Ciò che non era stato previsto è che il Belgio diviene terra di accoglienza, dove le famiglie si ricongiungono, e qualche volta di nuovo si frantumano in un rinnovato va-e-vieni con l’Italia.
La presente comunicazione dà conto di una ricerca-azione, tuttora in corso, condotta con il sostegno della Consulta regionale degli emiliano-romagnoli nel mondo e che si è avvalsa sul terreno della collaborazione fornita dalle associazioni regionali in Belgio. Obiettivo primario della ricerca è quello di indagare le ragioni di una permanenza che, per la prima generazione, si protrae ben oltre il mezzo secolo, e che ha innescato un robusto processo di radicamento intergenerazionale. Lo spazio migratorio creato in Belgio da questi emigranti è il frutto di un percorso quanto mai accidentato: il vincolo forzoso tra lavoro e residenza nei siti minerari; l’alta mortalità professionale (prima gli incidenti, poi la silicosi); il sogno, che si fa realtà per un numero importante di emigranti e/o di loro familiari, del rientro; l’ingresso delle seconde e terze generazioni nella società belga, un processo a tutto tondo ma forse non del tutto appaesante, vista la permanenza in Belgio di un rilevantissimo numero di cittadinanze italiane.
Ad una prima ricognizione, sono stati identificati alcuni “fuochi migratori” significativi: Genk, nel Limburgo; Seraing, nel comprensorio di Liegi; Rebecq e Tubize nel Brabante Vallone (dove al momento non esiste più una specifica associazione emiliano-romagnola). Mentre si è scelto di lasciare sullo sfondo il “mondo a parte” della capitale, la Bruxelles meta di un flusso crescente di italiane e italiani, anagraficamente giovani e con elevate competenze. L’intervento si snoda attorno a questi siti geostorici dell’emigrazione emiliano-romagnola e prova ad articolare una riflessione su nodi problematici affatto universali: la rappresentazione del lavoratore immigrato, la lingua dell’italianità, lo status transnazionale della cittadinanza.
Sono i primi appunti per una storia presente dello spazio migratorio italo-belga.

Clelia Caruso
Universität Trier

Nella Vallonia “italiana.” Sociabilità e memoria dell’emigrazione: Seraing e l’Associazione “Leonardo da Vinci”

Nel 1962 venne fondata a Seraing un’associazione culturale italo-belga che fino ad oggi fornisce agli italiani del posto un programma culturale, sportivo e ricreativo “italiano”. Di tendenza politica di sinistra e al momento della sua fondazione appoggiata soprattutto da parte del Pci (in Belgio) e del Pcb, all’associazione venne e viene tuttora attribuito il ruolo di controparte della Missione Cattolica Italiana di Seraing e i suoi membri più esposti erano e sono in genere considerati come comunisti. Un’analisi più profonda della storia dell’associazione porta invece alla luce una dinamica fondamentale che non corrisponde a questa visione dell’associazione: fin dagli inizi della sua esistenza si alternavano avvicinamenti ai partner supra locali appartenenti alla propria famiglia politica con sforzi maggiorati di collaborazione con associazioni italiane locali indipendentemente della loro tendenza politica. Questa dinamica ha segnato la storia dell’Associazione come quella del campo delle associazioni italiane di Seraing.
La relazione prevista focalizza su questa dinamica e cerca di spiegarne il funzionamento e soprattutto gli effetti: essa sembra essere stata alla base della genesi di un campo politico locale formato dalle associazioni italiane di Seraing di cui alcuni, tra altri anche l’Associazione “Leonardo da Vinci”, riuscirono a coprire a lungo il ruolo di rappresentanti politici transnazionali degli italiani del posto. L’importanza di questa dinamica si riflette poi anche nei ricordi di diversi membri dell’associazione. Essa fornisce, infatti, una possibile chiave di lettura per la memoria dell’associazione, come sarà in fine esposto.

Michele Colucci
Università della Tuscia
Il governo delle migrazioni nell’Europa del dopoguerra e la politica migratoria italiana

Nel corso del Novecento i fenomeni migratori hanno aumentato in tutto il mondo la loro intensità e l’impatto sui territori coinvolti. Allo stesso tempo, sono progressivamente cresciuti gli interventi delle politiche nazionali e internazionali che hanno cercato di modificarne i flussi e le modalità di svolgimento. I quindici anni successivi alla seconda guerra mondiale sono stati, in questo senso, soprattutto in Europa, determinanti. Di fronte a esodi di profughi, di persone in cerca di lavoro, di sfollati, di migranti di tanti tipi diversi, gli stati nazionali e le istituzioni internazionali, queste ultime per la prima volta, hanno accentuato il controllo sulle migrazioni, sperimentando strumenti di intervento nuovi, non sempre capaci di ottenere i risultati sperati. Il caso italiano è a questo riguardo emblematico e verrà analizzato specificamente, mettendo a fuoco soprattutto uno degli strumenti maggiormente utilizzati nel dopoguerra: l’accordo bilaterale, a partire da quello del 1946 tra Italia e Belgio.
Per inquadrare le politiche migratorie nazionali e internazionali emerse nell’Europa dell’immediato dopoguerra è però fondamentale chiarire cosa intendiamo per politica migratoria e quali sono i soggetti che la determinano, non limitandosi soltanto a analizzare la legislazione dei paesi dove arrivano immigrati ma estendendo innanzitutto l’analisi ai paesi da cui le persone partono (come l’Italia). E valutando anche gli aspetti amministrativi, culturali, organizzativi, di tali politiche.
L’intreccio tra le politiche perseguite dai diversi Stati e le rispettive esigenze che rivelano, i tentativi di costruire un approccio multilaterale da parte delle istituzioni internazionali, la persistenza dell’approccio bilaterale che invece continuerà a lungo a dettare le regole, gli strumenti adottati per governare i fenomeni migratori, lo scarto tra i risultati ottenuti e le aspettative iniziali, l’impatto delle politiche sui soggetti in carne e ossa che ne sperimentano la messa in pratica, i conflitti che queste scatenano a diversi livelli (istituzionali, sui luoghi di lavoro, nell’opinione pubblica): l’intervento si propone di mettere a fuoco queste caratteristiche e proporre una sintesi capace di chiarire le origini storiche delle politiche migratorie dell’Europa post-bellica e il modo con cui queste hanno segnato gli sviluppi successivi delle politiche migratorie internazionali.

Flavia Cumoli
Université Libre de Bruxelles

Gli italiani in Belgio: strategie di reclutamento e di insediamento

La centralità del nesso tra movimento di popolazione e contratto di lavoro ha contraddistinto l’emigrazione italiana assistita nel Belgio dall’immediato dopoguerra fino all’entrata in vigore dei principi teorici della libera circolazione della manodopera. Tuttavia, l’intensità e le modalità della mobilità dei lavoratori sono mutate nel tempo e nello spazio in relazione alle differenti fasi congiunturali del ciclo carbo-siderurgico e alla capacità dei concreti contesti di insediamento e degli specifici vincoli fisici nell’alimentare le dinamiche delle catene migratorie. Come già osservato da J. S. MacDonald in un pionieristico studio sull’immigrazione in Australia, l’analisi delle pratiche di reclutamento della manodopera italiana da parte del patronato minerario e della formazione di “petites Italies” nei bacini valloni mette in luce come la funzione manifesta di rigide burocrazie e politiche migratorie sia paradossalmente risultata in un rafforzamento della funzione latente delle reti informali. A questa peculiarità di modalità di reclutamento e pratiche di insediamento corrispondeva un criterio di selezione “psico-attitudinale” del lavoratori che prediligeva immigrati provenienti dalle zone rurali e soprattutto montane, senza precedenti esperienze di lavoro nell’industria o di vita in ambiente urbano, considerati come meglio adattabili all’ambiente minerario.

Dino Nardelli
Istituto per la storia dell’Umbria contemporanea

Emigrazione e “vai e vieni” tra Umbria e Belgio

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Sandro Rinauro
Dipartimento Studi Internazionali dell’Università di Milano
Emigrare comunque: i lavoratori italiani nella ricostruzione dell’Europa

Come ho illustrato ampiamente in altre occasioni, il fenomeno dell’emigrazione illegale degli italiani, già consueto sin dal XIX secolo, è esploso specialmente tra l’immediato secondo dopoguerra e l’adozione, negli anni Sessanta, del codice di libera circolazione del lavoro tra i paesi della Comunità europea. Le cause principali del fenomeno sono state – da un lato – la grande consuetudine di diversi paesi di destinazione con il lavoro nero, e – dall’altro lato – la sostanziale persistenza delle politiche di immigrazione fortemente restrittive adottate tra gli anni Venti e Trenta.
In definitiva, in maggiore o minore misura a seconda delle diverse destinazioni, paradossalmente l’immigrazione illegale si rivelò spesso funzionale proprio alla conservazione di quelle politiche restrittive: durante le congiunture economiche ascendenti si preferì sopperire al fabbisogno straordinario di manodopera straniera aprendo i confini agli irregolari e ai clandestini piuttosto che attenuando le restrizioni delle politiche immigratorie ufficiali; la conservazione di queste, infatti, venne ritenuta indispensabile per far fronte ai periodi di recessione. L’immigrazione illegale rappresentò, dunque, il meccanismo di elasticità che permise alle troppo rigide politiche immigratorie ufficiali di adattarsi alle frequenti oscillazioni del mercato. D’altra parte, il dirigismo pubblico applicato al mercato del lavoro nel tentativo del suo completo controllo, suscitava quelle lungaggini burocratiche del reclutamento ufficiale dei lavoratori stranieri che obbligava le stesse burocrazie amministrative a derogare alle complesse procedure di reclutamento tollerando gli ingaggi illegali effettuati dai datori di lavoro. Il connubio organico tra norme restrittive e ricorrenti stagioni di apertura agli stranieri illegali fu ben testimoniato dalla convivenza tra quelle norme e la loro interpretazione discrezionale da parte delle principali burocrazie preposte all’estero alla gestione dei flussi migratori: i prefetti, le forze dell’ordine e i funzionari centrali e periferici del Ministero del Lavoro.
Del resto, solo un elevato grado di tolleranza e spesso di connivenza dei pubblici poteri nei confronti del mercato nero del lavoro immigrato può spiegare le proporzioni incredibilmente vaste di irregolari e clandestini impiegati nei principali paesi d’immigrazione europei durante i “trenta gloriosi”. Basti qui solo ricordare che se oltre il 40% dei lavoratori italiani impiegati in Francia tra il 1946 e la fine degli anni Cinquanta era rappresentato da irregolari e clandestini, ancor più elevate erano le percentuali di soggiorno e/o lavoro illegale di altri gruppi nazionali: circa il 51% degli spagnoli che emigrarono in Europa occidentale tra il 1961 e il 1969 era composto di illegali e dal 30 al 60 per cento dell’immigrazione spagnola nella Repubblica federale tedesca durante gli anni Sessanta vi risiedeva e lavorava senza permesso, mentre dei 900mila Portoghesi emigrati in Francia tra il 1957 e il 1974 ben 550mila, ossia il 61%, erano clandestini.
Delle tante occasioni in cui i poteri pubblici dei paesi di destinazione derogarono alla normativa vigente favorendo i reclutamenti illegali ricorderò qui quanto avvenne in Belgio e in Francia all’indomani della tragedia di Marcinelle, non solo perché in quella occasione il connubio tra imprese e pubblici poteri fu particolarmente intenso, ma soprattutto poiché specialmente in quella occasione l’intervento delle autorità estere fu particolarmente determinato nell’ostacolare le direttive della politica emigratoria italiana. Quell’episodio, insomma, dimostra forse più di molti altri quanto, nei primi lustri del secondo dopoguerra e specialmente durante gli anni della ricostruzione, le esigenze dei mercati di lavoro dei paesi di destinazione e di quelli d’esodo dell’Europa occidentale furono tutt’altro che complementari, a dispetto della spesso invocata reciproca solidarietà politica, sociale ed economica. Fu proprio la divergenza delle rispettive esigenze a determinare le principali difficoltà di soggiorno, di lavoro e di vita dei migranti nell’Europa di quegli anni.
Benché il Belgio sia stato più severo di altre nazioni nel reprimere l’immigrazione illegale italiana, tuttavia in varie occasioni anche le sue imprese vi fecero ricorso. Una delle cause principali fu l’elevato numero di minatori italiani che, ingaggiati regolarmente presso il Centro nazionale dell’emigrazione di Milano, appena giunti sui pozzi carboniferi e constatata la durezza, la morbilità e la pericolosità di quel mestiere, disertavano la miniera rimpatriando immediatamente o dandosi alla macchia in Belgio in cerca di altri impieghi. Fu per rimpiazzare quelle frequenti defezioni che gli charbonnages belgi ricorsero al reclutamento illegale, spesso inviando i loro stessi dipendenti italiani ad ingaggiare parenti e amici nella Penisola o nelle regioni minerarie francesi. Una ulteriore causa di reclutamento illegale, inizialmente tollerato persino dalle autorità italiane, consisteva nell’eludere il prescritto concorso degli Uffici del Lavoro della penisola ricorrendo direttamente ai parroci, all’Onarmo e persino a informatori della polizia italiana allo scopo di escludere dagli ingaggi i simpatizzanti delle sinistre e i lavoratori di origine meridionale, ciò che le autorità italiane naturalmente non potevano ufficialmente permettere. Infine, non di rado erano gli stessi immigrati regolari a scegliere la via della clandestinità e del lavoro illegale: coloro che disertavano la miniera, infatti, avrebbero dovuto essere rimpatriati immediatamente, ma, al contrario, spesso rimanevano procurandosi lavoro altrove in violazione della legge. Altra causa di presenza e lavoro illegale era la violazione dell’obbligo, rimasto in vigore sino ai primi anni Cinquanta, per i figli dei minatori che raggiungevano l’età di lavoro, i sedici anni, di dedicarsi esclusivamente alla miniera, pena il rimpatrio.
Ad ogni modo, il tentativo più sconcertante di ingaggio dei clandestini italiani in Belgio fu quello intrapreso nel 1956-57 dagli charbonnages all’indomani della tragedia di Marcinelle. Nonostante la lunga serie dei precedenti incidenti mortali, il disastro fece un’impressione enorme in Italia e in Belgio anche grazie alla televisione che trasmettendo la notizia dal luogo dell’incidente, rivelò ai belgi le baracche di lamiera in mezzo al fango e alla polvere di carbone e le misere condizioni in cui vivevano gli immigrati italiani, sino ad allora poco note a causa della loro relegazione nelle aree minerarie fuori città. Sotto la pressione dell’opinione pubblica, dopo che già i gravi incidenti mortali del 1953 e del 1956 avevano indotto l’Italia a sospendere temporaneamente il reclutamento per il Belgio, finalmente le autorità italiane interruppero l’ingaggio dei minatori non solo per quel paese, ma anche per la Francia, l’Olanda, il Lussemburgo e la Germania. Roma pretese che l’Alta autorità della Ceca emanasse finalmente una serie di raccomandazioni sulla sicurezza del lavoro in miniera con l’obbligo di applicazione e, proprio per ottenere il voto degli altri cinque paesi della Comunità a favore delle stesse, sino alla loro approvazione sospese il reclutamento dei propri minatori per quelle nazioni. Nel febbraio del 1957 le raccomandazioni furono approvate e così in seguito l’Italia revocò la sospensione degli ingaggi per le miniere europee ad eccezione che per il Belgio dove l’immigrazione dalla penisola fu d’allora in poi limitata all’autonoma iniziativa individuale e ai ricongiungimenti familiari, mentre i minatori italiani, sempre meno numerosi, nell’immediato furono rimpiazzati con alcune centinaia di profughi ungheresi fuggiti a seguito dell’invasione sovietica di Budapest del 1956. Successivamente il Belgio si rivolse ai minatori dei paesi allora emergenti nel mercato dell’emigrazione, la Spagna, la Grecia, il Marocco e la Turchia.
Tuttavia, consapevoli della disperata fame di minatori che l’improvvisa sospensione degli ingaggi stava provocando all’estero, immediatamente dopo l’incidente centinaia di clandestini italiani presero a valicare le Alpi in direzione della Mosella, delle Ardenne, del Nord e del Pas-de-Calais per colmare i vuoti dei lavoratori regolari non più rimpiazzati da nuove reclute. Fu proprio là che gli agenti illegali degli charbonnages belgi (e della Saar), nelle loro vistose automobili americane vennero ad ingaggiarli per sabotare e per aggirare la sospensione del reclutamento ufficiale. Gli charbonnages di Fontaine l’Evêque indirizzarono addirittura una circolare ai minatori italiani ancora in servizio chiedendogli di chiamare dalla penisola parenti e amici assicurando loro che le miniere li avrebbero assunti al di sopra e al di fuori del governo italiano. Ancora alla fine del 1958 le autorità francesi rilevavano che il flusso dei clandestini italiani che in quel periodo valicava le Alpi non si dirigeva solo verso il mercato del lavoro transalpino, ma anche verso il Belgio e la Saar dove, dopo il blocco degli ingaggi ufficiali in miniera, la manodopera italiana risultava molto ricercata. È impossibile credere che un simile movimento di stranieri in fase di attraversamento occulto dei confini, in altre occasioni severamente intercettato, incarcerato ed espulso dalle autorità di pubblica sicurezza belghe, fosse sfuggito loro in quella occasione.
Nonostante la fine del reclutamento ufficiale dei minatori della penisola e nonostante la progressiva chiusura delle miniere che suscitò sempre più disoccupazione tra gli immigrati, gli italiani continuarono a recarsi in Belgio illegalmente anche dopo Marcinelle, sia pure in misura più limitata che in precedenza. Nel 1960 e nel 1961, ad esempio, la Società Umanitaria era costretta ad ammonire i numerosi lavoratori e i loro familiari che ancora entravano in Belgio col solo passaporto turistico e senza contratto di lavoro e che, perciò, erano generalmente espulsi dalle autorità del regno. Una parte di loro riusciva comunque a soggiornarvi occultamente aggravando la già grave situazione occupazionale degli stranieri.
Tuttavia, fu soprattutto nel caso della Francia che le pubbliche autorità concorsero in modo più determinato per sabotare le prudenze adottate da Roma all’indomani dell’incidente di Marcinelle. Il 3 novembre 1956 il ministero degli Affari esteri italiano comunicò anche a Parigi la sospensione dell’invio dei minatori italiani, ma il tono del comunicato non era sufficientemente fermo e lasciava adito ad ambiguità: innanzitutto Roma scriveva che la sospensione dei reclutamenti era stata adottata fin tanto che fosse durato lo stato di apprensione dell’opinione pubblica italiana e solo secondariamente in attesa di risultati soddisfacenti da parte della conferenza Ceca sulla sicurezza. Ma soprattutto il comunicato non chiedeva a Parigi di sospendere ogni reclutamento di minatori della penisola, ma avvisava solo che il governo italiano non giudicava possibile esercitare, per il reclutamento e l’invio della manodopera mineraria, l’attiva partecipazione che gli competeva in virtù delle leggi in vigore in materia d’emigrazione. Insomma, era un po’ come dire: se volete continuare a reclutare minatori italiani, non avrete il nostro concorso poiché l’Italia non darà il passaporto per l’espatrio di lavoro ai minatori che eventualmente recluterete. Peggio ancora, in un incontro al ministère du Travail il consigliere per l’emigrazione dell’ambasciata italiana di Parigi, Tullio Migneco, fece alcune affermazioni ambigue e rassicuranti che furono interpretate da Parigi nel senso che Roma non si sarebbe opposta se la Francia avesse aggirato il blocco italiano dei reclutamenti ingaggiando in miniera i “turisti”, ossia coloro che espatriavano legalmente con il passaporto turistico, ma che poi si trattenevano illegalmente oltre la sua validità – tre mesi – dedicandosi altrettanto illegalmente al lavoro. Resosi conto di quella interpretazione, Migneco si affrettò a scrivere al sottosegretario di Stato al Lavoro della République sostenendo che c’era stato un “malinteso” e che le autorità italiane erano assolutamente contrarie, come sempre in passato, al ricorso ai clandestini e alla regolarizzazione dei “turisti”.
In realtà l’innegabile ambiguità del linguaggio della diplomazia italiana aveva motivi fondati, anche se discutibilissimi alla luce della necessità di porre finalmente termine al lunghissimo stillicidio dei morti in miniera. Infatti, posta di fronte al blocco del reclutamento in Italia e non potendo ricorrere ai soliti algerini che in massa stavano rimpatriando a causa della guerra d’Algeria, anche la Francia, a somiglianza del Belgio, si era rivolta ad altri serbatoi di braccia, aveva assunto innanzitutto 314 minatori tra i rifugiati jugoslavi che vivevano nei campi profughi in Italia, aveva reclutato in Austria i rifugiati ungheresi fuggiti dalla repressione sovietica della rivolta di Budapest e si apprestava a reclutarli anche in Italia, aveva sollecitato vanamente il governo greco a inviarle minatori e soprattutto aveva ottenuto da Franco il permesso di reclutare immigrati spagnoli, dei quali già all’inizio di marzo del 1957 ne erano giunti un centinaio e molti altri si apprestavano a partire per sostituire i minatori italiani. In queste condizioni, dunque, Roma temeva che la temporanea sospensione del reclutamento all’indomani di Marcinelle avrebbe fatto perdere per sempre al lavoro italiano l’importante sbocco delle miniere europee e da ciò derivava l’ambiguo linguaggio usato nel comunicare il blocco dei reclutamenti.
Per la verità, la regolarizzazione dei clandestini italiani nelle miniere della Lorena era già ricominciata (dopo l’apice raggiunto tra il 1945 e il 1949) ben prima dell’incidente di Marcinelle; dall’autunno del 1955, infatti, la ripresa economica europea aveva rilanciato la siderurgia e l’industria estrattiva francese. Inoltre, a seguito di violente risse scoppiate nel maggio del 1956 tra i minatori italiani e quelli algerini, Roma aveva rallentato l’invio degli emigranti nei bacini della Lorena, e così, per supplire al fabbisogno eccezionale e alle precauzioni italiane, dall’ottobre del 1955 al settembre del 1956 ben 117 illegali italiani erano stati regolarizzati nelle miniere della Mosella, quasi tutti siciliani e calabresi, mentre lo stesso capo della Police de l’air et des frontières nell’ottobre del 1956 consigliava al Ministère de l’Intérieur di riaprire ufficialmente i confini ai clandestini italiani disposti a lavorare nelle miniere di quella regione. Sempre tra l’ottobre del 1955 e il settembre del 1956, anche a seguito delle voci sui nuovi reclutamenti di illegali in miniera, era cresciuto il numero dei clandestini italiani intercettati ai confini.
Per risparmiare ai clandestini le consuete penose condizioni di viaggio e di vita che li attendevano, il console d’Italia a Metz propose di recarsi lui stesso con agenti delle miniere lorenesi nelle aree siciliane e calabresi d’origine degli illegali per reclutarli come regolari, ma Parigi rifiutò con la scusa che una simile missione avrebbe interferito con i reclutamenti ufficiali dell’Oni (Office national d’immigration) di Milano. Sopraggiunto il blocco italiano dei reclutamenti dei minatori e verificata presto l’incapacità delle miniere francesi di supplire completamente agli italiani con i minatori di altre nazionalità, le autorità transalpine incontrarono a Roma i rappresentanti dei ministeri degli Affari esteri e del Lavoro e gli chiesero espressamente il permesso di reclutare per le miniere clandestini e “turisti” ingaggiati direttamente in Italia dalle houillères; Roma rifiutò risolutamente, ma Parigi decise comunque di procedere con quel sistema per aggirare il veto ai reclutamenti regolari, senza alcun rispetto per il grave lutto di Marcinelle e per le conseguenti precauzioni adottate dall’Italia a livello internazionale.

Fu così che già nel gennaio 1957 l’Oni regolarizzò gli 82 minatori che le houillères avevano reclutato illegalmente nel dicembre 1956, e già il 10 novembre, a solo una settimana dalla decisione italiana di bloccare la partenza dei minatori, Parigi decise di continuare a regolarizzare i clandestini e i “turisti” italiani che sempre più numerosi entravano in Lorena nella speranza di supplire alla carenza dei regolari. Tuttavia, poiché spesso gli irregolari giunti in Lorena non erano adatti al lavoro in miniera, i ministeri transalpini dell’Interno e degli Affari sociali proposero di reclutare i minatori persino tra i clandestini intercettati ai confini, sottoponendoli alla selezione professionale al centro Oni di Modane. Alla fine fu solo la prudenza diplomatica del ministère du Travail e dell’Oni che evitò l’adozione di quella condotta, nel timore che per rappresaglia Roma avrebbe sospeso il reclutamento degli emigranti anche per tutti gli altri settori economici francesi. Il 21 gennaio 1957, dunque, Parigi decise la condotta definitiva: sarebbero stati regolarizzati e assunti in miniera tutti gli irregolari italiani scoperti in Lorena, ma sarebbero stati fermati e rimpatriati i clandestini scoperti ai confini nazionali, ad eccezione, come sempre, di quelli che accettavano l’arruolamento nella Legione straniera e dei lavoratori particolarmente qualificati. Ad ogni modo, nel maggio 1957, dopo l’esito soddisfacente della conferenza Ceca sulla sicurezza, Roma revocò il proprio veto al reclutamento regolare dei minatori per la Francia.

Nora Sigman
Università di Modena e Reggio Emilia

Ritornare a casa? Racconti di rientri a Modena

Quando un migrante parte dalla sua terra natale porta con sé un progetto che è accompagnato quasi sempre della fantasia del rientro. Si partiva per tornare in un momento della vita, spesso non definito nel momento della partenza. Questa scelta o questa fantasia sono condivise da molti degli emigrati che nel secondo dopoguerra hanno preso la strada del Belgio.
Alcuni sono tornati subito. Un intervistato ci diceva che: «Ogni due settimane partiva un treno che portava i minatori indietro perché la gente quando vedeva la situazione non voleva rimanere». Altri hanno deciso di sfidare le difficoltà e si sono fermati in Belgio durante gran parte della loro vita produttiva e hanno costruito nel frattempo nuove reti di rapporti e strategie di vita innovative. Spesso gli stessi migranti tornavano periodicamente al loro paese di origine. Qui c’era la famiglia, il paese dove erano nati. Lì c’era il lavoro. La loro è stata una vera emigrazione per lavoro quindi dividevano la loro vita tra il lavoro e i viaggi periodici alle loro città di origine. E così hanno vissuto fino a quando sono stati manodopera utile. Dopo, finita la fase della vita produttiva, molti sono tornati a casa.
In effetti per la maggioranza degli intervistati maschi il racconto scorre come qualcosa di naturale: si partiva perché qui non c’era niente di fare, “qua non si lavorava” o “non si guadagnava”. Una volta li sono diventati minatori professionisti, hanno lavorato duro e hanno aiutato a fare grande l’Italia e anche l’Europa, e molti di essi sono anche consapevoli di questo loro contributo pubblico. Una volta in pensione, la maggioranza per malattia (la silicosi), altri (pochi) per vecchiaia, era arrivata l’ora di tornare a casa.
Quando raccontano aggiungono anche altre ragioni per spiegare il rientro: «A 40 anni mi hanno detto di essere ammalato: voglio andare a morire nel mio paese». Altri rientrano per “nostalgia”, o perchè si una figlia si è ammalata e c’è bisogno del sostegno familiare. Ma tutti o molti ripetono: «Ho avuto la pensione e mi sono detto: è ora di tornare». Oltre alle cause esplicitate nei racconti, dobbiamo tenere conto che l’Italia era cambiata e nel nostro caso specifico alcuni distretti industriali – e soprattutto quello della ceramica – cominciavano a svolgere un forte ruolo attrattivo che si mantiene anche durante la crisi degli anni Settanta.
Al di là delle ragioni del rientro, nella relazione si parla di questa nuova esperienza migratoria: del vissuto di questi uomini e donne una volta tornati a casa, del confronto con l’Italia e i paesini reali, della mancanza del sostegno istituzionale e delle strategie che mettono in atto per inserirsi nella nuova società di accoglienza. Ci siamo confrontati con strategie e racconti diversi a seconda del genere e dell’età.
Per alcune donne e alcuni figli/e il rientro è stato più difficile che per il loro mariti/padri. Le donne avevano nostalgia dello stato sociale, della sanità, degli assegni familiari ma anche di alcune libertà acquisite in quanto donne. Nostalgie anche, e questo per tutti, delle reti di relazioni che con tanta fatica erano riusciti a costruire. C’erano gli amici belgi, ma soprattutto mancava il rapporto quotidiano con le altre famiglie italiane, quelle di chi, come loro, era venuto a lavorare nelle miniere. Infatti, nessuno degli intervistati ha mai smesso di sentirsi un italiano all’estero – un macaronì -, un’identità che sembra superare i localismi e le divisioni italiane. Una volta tornati, alcuni di loro si sono sentiti diversi nella propria terra, soprattutto quando andavano ad abitare in regioni o città diverse da quelle dalle quali erano partiti.
In quanto alle seconde generazioni cresciute in Belgio il rientro ha significato un cambiamento culturale e soprattutto linguistico conflittuale. Per parlare delle seconde generazioni analizzeremo la funzione che può compiere la lingua per favorire spazi di inclusione o di esclusione e non solo, vedremo anche la lingua utilizzata come strumento di ribellione contro una realtà esclusiva.

Noemi Ugolini
Museo dell’Emigrante della Repubblica di San Marino
L’emigrazione dei Sammarinesi nei bacini carboniferi del Belgio fra storia e memoria

Alla fine della seconda Guerra Mondiale iniziò anche per San Marino un’epoca di grande disagio economico sulla scia della confinante Italia. Il riavvio dell’economia europea era ostacolato dalla carenza di combustibili. Il Belgio, la cui produzione di carbone durante il conflitto aveva subito un crollo disastroso, invece, era ricco di miniere ma privo di manodopera.
L’accordo italo-belga del 1946, prevedeva l’invio di 50mila operai da utilizzare soprattutto nelle miniere. Nel 1951, verrà sottoscritto un accordo anche tra Belgio e San Marino che permetterà ai cittadini sammarinesi di spostarsi verso le miniere senza dover essere inseriti nei contingenti italiani.
Dalla raccolta di testimonianze emerge che coloro che partivano con chiamata governativa per il Belgio non erano a conoscenza delle loro vere destinazioni lavorative ma erano convinti di andare a lavorare all’estero come muratori o terrazzieri, e spesso venivano informati solo all’arrivo che sarebbero dovuti scendere in miniera. Fin da subito il lavoro in miniera presentava il suo vero volto, ma pochi erano quelli che se ne andavano, un po’ per reciproca solidarietà e amicizia, in parte per il contesto sconosciuto che rendeva il tutto ancora più precario, in parte per la paura di trovarsi senza un lavoro e soprattutto, per molti la mancanza di denaro per pagarsi il viaggio di ritorno.
Le condizioni disumane in cui i minatori erano costretti non solo a lavorare, ma anche a vivere, venivano alleviate, almeno in parte, dalla convivenza con concittadini con i quali si parlava in dialetto, ricreando in un certo modo un’atmosfera familiare che rendeva più sopportabile questa emigrazione dove il pensiero costante era il ritorno alla propria terra d’origine.
Non tutti gli emigrati però fecero ritorno in Repubblica, e chi percorse la strada del ritorno si trovò a dover fronteggiare, di nuovo, situazioni d’instabilità aggravate da una lenta ripresa economica.

Una storia – “A volte mi capita di sognare, di notte, di lavorare in miniera…”
Alfio Beccari lascia San Marino per il Belgio nel 1950, insieme ad altri undici sammarinesi che come lui partono per cercare lavoro: «Eravamo in undici di San Marino, c’erano degli scaglioni da dieci, undici quasi tutti i mesi…».
Partire è per lui una necessità: «Mia mamma aveva tre figli, mio padre era morto quando io avevo sei anni… E’ morto in Germania, dopo essere stato in America e anche in Africa…».
Parte giovane, Alfio, e con un paura in più rispetto agli altri: la morte di suo padre partito come emigrante e mai più tornato al suo paese non può, infatti, non averlo segnato; unica consolazione per lui la vicinanza degli amici di San Marino: «Ci facevamo coraggio tra di noi…».
Dopo essere arrivati a Milano in treno iniziano subito i primi controlli: «Ci hanno fatto spogliare tutti nudi. Poi uno è stato rimandato a casa perché non aveva abbastanza torace e si è messo a piangere…».
E se uno di loro è costretto a rimpatriare gli altri possono varcare la frontiera, anche se con qualche difficoltà:  «Quella volta il passaporto di San Marino non lo conoscevano, neanche la polizia, niente…».
Ma i veri problemi iniziano con il primo giorno di lavoro, tanto che Alfio ammette: «Se io avessi avuto i soldi per venire a casa subito… Ma i soldi non li avevo. Dopo li ho guadagnati un po’, dopo ho cominciato a vedere i soldi. La paura mi era passata, così ho fatto otto anni…».
Nel 1953, dopo essersi sposato, Alfio va a vivere in una delle baracche della miniera con la moglie: «Sono rimasto poco perché era freddo, era di legno, veniva giù l’acqua e lì è nato mio figlio Luigi. Dopo abbiamo preso una casa in campagna…».
Ma la situazione non è facile e i soldi guadagnati a malapena bastano per vivere: «Non se ne guadagnavano tanti… Erano pochi anche per me, in miniera non si facevano i soldi…».
Il sabato poi non lavora, è di riposo: «Guadagnavo un po’ di salute, perché quando si andava giù si faceva il Nome del Padre…». Prega, Alfio, ogni notte in cui deve andare a lavorare: «Specie dopo che mi è nato il primo figlio… Lo stringevo come a dire: “Domani non ti vedo più”… Sempre con quella fifa lì, tanto i soldi non si mettevano da parte, ci volevano tutti…».
Una sola fotografia a testimonianza di quel periodo della sua vita risale al 1951: «L’ho fatta il primo anno che mi trovavo in Belgio. La facevano tutti e così anch’io… Era per avere un ricordo… Era un fotomontaggio: diedi al fotografo una mia foto e mi ha messo addosso questo vestito da minatore…». Però Alfio era veramente vestito così quando ogni notte scendeva in miniera: la borraccia del caffé, la lampada per l’illuminazione da tenere al collo, “l’accetta”, l’ascia con la quale si tagliavano i bastoni per armare la galleria…
Poi, dopo un’ultima occhiata alla fotografia: «Mi ricorda – dice – che è meglio che non la veda. Mi piace vederla perché ero giovane, bello, però è meglio che non la veda più… Per uno come me che ha lavorato in miniera non sono bei ricordi… A volte mi capita di sognare, di notte, di lavorare in miniera… Quando me ne accorgo mi sveglio di soprassalto, faccio i salti e poi non mi riaddormento più…».
L’angoscia della prima notte in miniera ancora oggi non si riesce proprio a dimenticare: «La prima notte che siamo andati in miniera, la mattina siamo venuti fuori con una grande paura, tutti sporchi di carbone, quel legno che scricchiolava: “Qui da un momento all’altro va a finire che rimaniamo sotto”, pensavo. Poi ho detto: “Se ho i soldi ritorno a casa, non vado più giù…”».
Giù, giù in miniera, giù a 850 metri sotto terra, sotto la montagna, a lavorare, sempre di notte.

L’Emilia nel cuore dell’Europa – Modena, 21-22 ottobre 2010
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